Non è una sanità per donne: le professioniste bocciano il Ssn

03 Maggio 2022

È quanto emerge da un’indagine promossa da Anaao Assomed, secondo cui il 51,8% di medici e dirigenti sanitarie mostrano insoddisfazione e delusione per il proprio lavoro

di NS

Una sanità non proprio a misura di donna. Il giudizio, senza appello, è quello espresso da medici e dirigenti sanitarie, che si mostrano piuttosto deluse dall’attuale organizzazione del Sistema sanitario nazionale. Secondo quanto emerge da un’indagine Anaao Assomed (Associazione medici dirigenti), infatti, le professioniste della sanità mostrano insoddisfazione per il proprio lavoro (51,8%), con aspettative peggiorate nel 65% dei casi. Le iscritte Anaao, riunite a Roma per la loro IV Conferenza nazionale, oltre a presentare lo studio, hanno anche scritto una lettera al ministro della Salute Roberto Speranza, sottolineando come nelle corsie e nei reparti siano “donne sempre più giovani” a garantire “tutte le notti e tutti i giorni dell’anno, le migliori cure possibili. Ma – denunciano – a fronte di ottimi esiti, frutto di elevate competenze professionali, trovano ostacolo in una organizzazione lontana dalle proprie necessità e nelle pessime condizioni imposte al proprio lavoro”.

La risposta del ministro non si è fatta attendere: “Dobbiamo fare di più ed è nostro dovere ascoltare con attenzione le difficoltà registrate da chi lavora nel sistema dell’assistenza”, afferma nel suo messaggio. Non senza assicurare: “Con le risorse e le riforme messe in campo stiamo riportando al centro la necessità di puntare sulle donne e sugli uomini del nostro Ssn, con nuove assunzioni, straordinari investimenti sulla formazione e sull’innovazione e con la valorizzazione dei percorsi professionali”.

Tornando all’indagine condotta dal sindacato, l’Anaao Assomed ha in pratica promosso su scala nazionale un questionario anonimo rivolto alle donne del Ssn per interrogarle in merito alle criticità rilevate, alle esperienze vissute, alle proposte di miglioramento del lavoro di cura e di cambiamenti necessari: “La pandemia da Sars Cov-19 ha avuto un forte impatto sul Sistema sanitario nazionale – sottolinea l’associazione sindacale – e la componente femminile del personale sanitario, per quantità e qualità, è stata un’imprescindibile risorsa in questi anni difficili. L’esperienza sul campo ha dimostrato che alle professioniste del lavoro di cura non servono patenti di leadership per assicurare l’assistenza fin nella più periferica postazione, organizzando e adattando conoscenze e abilità a ciò che bisognava fronteggiare”.

Il questionario anonimo, i cui risultati sono stati presentati appunto oggi, è stato sottoposto alle iscritte dell’associazione, raccogliendo 1668 risposte tra le partecipanti di età compresa tra i 26 e i 70 anni, per lo più conviventi o sposate (69%) e con figli (57%). La maggior parte delle intervistate, inoltre, ha un’anzianità di servizio di oltre 15 anni (54%), appartiene a un’area di specializzazione medica (60%) con un contratto a tempo indeterminato (92%) e lavoro a turni (60%).

C’è da dire che nonostante le difficoltà, il 37% delle intervistate si vede nella professione attuale anche nel prossimo futuro. Ma prevalentemente perché ama il proprio lavoro (55,7%), una modesta maggioranza rispetto a chi segnala la prossima intenzione di cambiare mestiere. Tra le motivazioni addotte da quest’ultimo gruppo prevale l’insoddisfazione per le condizioni di lavoro – carenza di personale, disorganizzazione, carichi di lavoro, scelte aziendali, clima lavorativo – (35,7% dei casi); la stanchezza, la demotivazione e il burnout con la percezione di non essere più in grado di gestire il proprio lavoro (24,7%) e anche l’assenza di prospettive di sviluppo professionale (14,9%).

Tra le criticità emergono aspetti legati alla distanza percepita tra le scelte organizzative e le necessità degli operatori (22,6%), l’eccessivo carico di lavoro (19,2%), la carenza di personale (17,9%), l’impossibilità di conciliare i tempi relativi al lavoro e alla propria vita privata (16,7%). Dallo studio emergono naturalmente anche i desiderata delle donne medico e delle dirigenti sanitarie: un Sistema sanitario le cui parole d’ordine sono: umanizzazione, sia delle cure che dell’organizzazione, meritocrazia ed equità, conciliazione vita/lavoro, formazione e condivisione.

La maggioranza delle intervistate ritiene fondamentale migliorare l’organizzazione del lavoro attraverso l’aumento del personale, la riduzione dei carichi, orari più flessibili, turnistiche di reperibilità notturne e festive ridotte, possibilità di usufruire di riposi e ferie, una riduzione del carico burocratico, un aumento della retribuzione e del tempo adeguato alla propria formazione professionale. La stragrande maggioranza (93%) ritiene le attuali politiche di conciliazione casa-lavoro non sufficienti a rendere il proprio lavoro più soddisfacente. Viene anche denunciato come le tutele esistenti spesso non vengano praticate e che chi le richiede sia spesso esposto a emarginazioni e discriminazioni da parte dei superiori e – talvolta – anche dai colleghi stessi.

Anche nell’immaginare una sanità del futuro governata dalle donne emergono temi legati alla riorganizzazione del lavoro, alla maggiore conciliazione del lavoro con la propria vita e la famiglia, alla maggiore equità e possibilità di carriera. Un aspetto segnalato come prioritario, e assente in altre indagini del genere, è la possibilità reale di uno sviluppo di carriera e un lavoro più flessibile negli orari e nei carichi rispetto alle esigenze. Viene sottolineata infine anche la necessità di umanizzazione sia delle cure sia dell’organizzazione: un’organizzazione sanitaria diretta da persone per le persone, dove il paziente torni ad essere al centro del processo.

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