Covid, perché si perde l’olfatto? La risposta arriva dalla medicina nucleare

05 Maggio 2022

Aimn: “Svelato il meccanismo. Molecole con ‘gps’ risalgono all’origine dei disturbi”. Tutti i particolari

di NS

Il cerchio si stringe: la comunità scientifica circoscrive in maniera sempre più definita le aree cerebrali che il virus del Covid va a intaccare, provocando la perdita dell’olfatto.
A studiare il legame tra Covid e quelle che in gergo si chiamano anosmia – la perdita dell’olfatto, appunto – e ageusia – l’incapacità di sentire i sapori – sono, sin dall’inizio della pandemia, scienziati di tutto il mondo. Circa la metà dei pazienti colpiti, infatti, lamenta difficoltà nel percepire gli odori; uno su quattro ha problemi con il senso del gusto. E spesso i disturbi si manifestano insieme: non solo perché i sensi di gusto e olfatto sono strettamente interconnessi, e gran parte del sapore di un cibo è costituito dal suo aroma; ma perché strettamente connesse sono le aree cerebrali che ne regolano il funzionamento.

E proprio i centri nervosi dell’olfatto, localizzati nel lobo frontale orbitale della corteccia cerebrale, di pazienti malati o con i postumi del Covid sono stati analizzati tramite la Pet, la Tomografia a emissione di positroni, una tecnica diagnostica di medicina nucleare che permette di studiare il funzionamento di un organo, iniettando una sostanza normalmente presente nell’organismo ma nella sua forma radioattiva, e seguendone così il metabolismo. Una sorta di “gps” che viene applicato a una molecola, ad esempio, di glucosio e che permette di tracciarne spostamenti e trasformazioni.  In questo modo, i ricercatori sono riusciti a individuare le aree precise dei centri dell’olfatto che sono colpite dal Covid, provocando i disturbi.

Questi studi – che saranno presentati nel corso del XV Congresso nazionale dell’Aimn, l’Associazione Italiana di Medicina Nucleare e di Imaging Molecolare, a Rimini dal prossimo 12 maggio – fanno il paio con quelli che, utilizzando diversi strumenti diagnostici, sono arrivati allo stesso risultato: uno per tutti, quello pubblicato di recente su Nature che (questa volta con la risonanza magnetica e non con la medicina nucleare ) ha dimostrato cambiamenti nella struttura e nelle funzioni del cervello anche dopo una forma lieve di Covid.

“È fondamentale associare le diverse metodiche, in modo da poter avere un quadro completo sia in caso di ricerca sia di diagnosi – spiega il presidente dell’Aimn, Orazio Schillaci –. Gli strumenti di medicina nucleare permettono infatti di comprendere la funzione e la funzionalità di un organo o di un tessuto mentre le tecniche di imaging radiologico ne fotografano la struttura. Per questo si parla di imaging ibrido o multimodale e di radiomica“.

“Attraverso la radiomica – prosegue Schillaci – le immagini mediche, ottenute dagli esami TC, Risonanza Magnetica o PET, vengono convertite in dati numerici, analizzati con metodiche di intelligenza artificiale. Questo enorme patrimonio di dati definisce molte caratteristiche del tumore e dell’ambiente circostante, relative ad esempio alla forma, al volume, alla struttura tissutale. Permette inoltre, tramite un’integrazione con i dati del genoma, di prevederne l’evoluzione e di definire terapie personalizzate”.

Sì, perché la medicina nucleare è quanto oggi più si avvicina a quella medicina personalizzata che sembra essere il futuro della medicina stessa. E non si applica solo al campo della diagnosi e della ricerca, ma anche a quello della terapia. I radiofarmaci, infatti, le molecole “marcate” con isotopi radioattivi, sono molto specifici per i tessuti cui sono destinati: vere e proprie “pallottole d’argento”, come una volta si diceva, che possono essere utilizzate, anche contemporaneamente, per la diagnosi, per la terapia, e per il monitoraggio della terapia stessa.

“Esistono radiofarmaci che vengono usati per la diagnosi della malattia di Alzheimer – sottolinea ancora Schillaci – e, quando ci sarà una cura, permetteranno di capire se la terapia funziona e se le funzioni vengono ripristinate”. La medicina del futuro, insomma, che è già un consolidato presente, e che permette di comprendere meglio anche il Covid.

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