Infezioni ospedaliere, “un paziente su dieci rischia di morire”

06 Maggio 2022

L’Oms lancia l’allarme in un rapporto globale: neonati e ricoverati in terapia intensiva i soggetti più in pericolo, ma con “buone pratiche d’igiene il 70% dei casi può essere evitato”

di NS

Nel mondo, in media, un paziente su dieci rischia il decesso a causa di un’infezione associata all’assistenza sanitaria, ovvero non presente al momento dell’ingresso nella struttura e insorta durante il ricovero o immediatamente dopo le dimissioni. A poche ore dalla celebrazione della Giornata mondiale dell’igiene delle mani, l’Organizzazione mondiale della sanità accende i riflettori sul tema delle infezioni ospedaliere, lanciando l’allarme in un rapporto globale sulla prevenzione e il controllo delle infezioni. La pandemia di Covid-19 e altri recenti focolai di malattie di grandi dimensioni – mette in luce l’Oms – hanno evidenziato “la misura in cui le strutture sanitarie possono contribuire alla diffusione di infezioni, danneggiando pazienti, operatori sanitari e visitatori, se si presta un’attenzione insufficiente alla prevenzione e al controllo delle infezioni”.

I numeri parlano chiaro: su 100 pazienti negli ospedali per acuti, sette nei Paesi ad alto reddito e 15  nei Paesi a basso e medio reddito rischiano di contrarre almeno un’infezione associata all’assistenza sanitaria durante la loro degenza ospedaliera. Ma la buona notizia, sottolinea l’Oms, è che seguendo “una buona igiene delle mani e altre pratiche convenienti, il 70% di queste infezioni può essere prevenuto”.

Ma chi deve temere di più? Le persone in terapia intensiva e i neonati sono particolarmente a rischio, mentre il rapporto rivela che circa un caso di sepsi su quattro trattati in ospedale e quasi la metà di tutti quelli con disfunzione d’organo trattati nelle unità di terapia intensiva per adulti sono associati all’assistenza sanitaria. L’impatto delle infezioni associate all’assistenza sanitaria e della resistenza antimicrobica sulla vita delle persone è incalcolabile. Oltre il 24% dei pazienti affetti da sepsi associata all’assistenza sanitaria e il 52,3% di quelli trattati in un reparto di terapia intensiva muoiono ogni anno. I decessi aumentano da due a tre volte quando le infezioni sono resistenti agli antimicrobici.

Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, spiega come la pandemia di Covid-19 abbia messo in luce molte “lacune” nella prevenzione e nel controllo delle infezioni un po’ ovunque, compresi i Paesi con i programmi più avanzati. Anche se, al tempo stesso, è stata anche una “opportunità senza precedenti” per fare il punto della situazione e aumentare rapidamente la preparazione e la risposta alle epidemie attraverso le pratiche di prevenzione e controllo delle infezioni: “La nostra sfida ora – sottolinea Ghebreyesus – è garantire che tutti i Paesi siano in grado di allocare le risorse umane, le forniture e le infrastrutture necessarie”.

Negli ultimi cinque anni, l’Oms ha condotto sondaggi globali e valutazioni congiunte per Paese proprio per valutare lo stato di attuazione dei programmi nazionali di prevenzione e controllo delle infezioni. Confrontando i dati delle indagini 2017-18 e 2021-22, la percentuale di Paesi che hanno un programma nazionale in materia non è migliorata; inoltre nel 2021-22 solo quattro dei 106 Paesi valutati (3,8%) avevano tutti i requisiti minimi. Ciò si riflette in un’implementazione inadeguata delle pratiche presso i punti di cura, con solo il 15,2% delle strutture sanitarie che soddisfano tutti i requisiti minimi di prevenzione e controllo delle infezioni, come rivelato da un’indagine ad hoc condotta sempre dall’Organizzazione nel 2019. Resta tuttavia da rimarcare che “in alcune aree sono stati compiuti progressi incoraggianti” e che molti Paesi stanno dimostrando “forte impegno e progressi” nell’aumento delle azioni per mettere in atto i requisiti minimi. “Sostenere e ampliare ulteriormente questo progresso a lungo termine – avverte l’Oms – è un’esigenza fondamentale che richiede attenzione e investimenti urgenti”.

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