L’assistenza sul territorio? Non può decollare senza l’infermiere

12 Maggio 2022

Barbara Mangiacavalli (Fnopi): “Serve l’interprofessionalità: le professioni sanitarie devono essere interconnesse. Il Governo intervenga su numeri, formazione e riconoscimento professionale”

di NS

Il ruolo dell’infermiere per far decollare davvero l’assistenza sul territorio. Quale occasione migliore di oggi – Giornata internazionale dedicata alla categoria – per sottolinearlo? A farlo ci ha pensato la Fnopi: “L’infermiere di famiglia e comunità è il cardine della nuova assistenza disegnata dal cosiddetto ‘DM 71’, la delibera 21 aprile 2022 del Consiglio dei ministri, con cui si colma un vuoto che da anni caratterizza l’assistenza sanitaria: la sanità del territorio”.  La Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche ricorda anche come l’importanza di questa figura sia stata sottolineata dal direttore generale di Agenas Domenico Mantoan e dal coordinatore degli assessori alla sanità delle Regioni Raffaele Donini, in occasione dell’ExpoSanità2022 che si svolge a Bologna. Entrambi hanno evidenziato, tra l’altro, come ci siano pure le risorse: circa 1,5 miliardi per il personale.

Dunque, il rafforzamento del sistema assistenziale sul territorio, finalizzato a promuovere una maggiore omogeneità e accessibilità dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria, passa attraverso l’integrazione di diverse figure professionali e tra queste, appunto, l’infermiere di comunità riveste un ruolo fondamentale, assicurando la necessaria collaborazione e interazione con tutti i professionisti coinvolti e contribuendo quindi in modo sostanziale all’incremento dell’assistenza territoriale nel nostro Paese, dal 4 al 10 per cento, così come previsto negli obiettivi del Pnrr.

Di infermieri di famiglia e comunità ne servono, secondo i nuovi standard, almeno 20mila, ma di infermieri in assoluto, ricorda Fnopi, ne mancano all’appello circa 70mila, da quelli che dovranno agire nelle Case della comunità a quelli destinati agli Ospedali di comunità, che sono strutture a gestione infermieristica, dagli infermieri che lavorano nelle corsie degli ospedali a quelli dedicati all’assistenza domiciliare integrata sul territorio.

“Quello che davvero è necessario per far decollare l’assistenza sul territorio – ha detto la presidente Fnopi Barbara Mangiacavalli – è l’interprofessionalità: oggi lavoriamo uno accanto all’altro per il paziente, ma non basta, ogni professione sanitaria deve essere interconnessa con le altre e tutte devono essere tarate solo sui reali bisogni dell’assistito”. Ecco perché, secondo Mangiacavalli, “E’ necessario che il Governo intervenga in modo incisivo, sia sui numeri, sia sulla formazione e il riconoscimento professionale. È quindi auspicabile – ha aggiunto – l’avvio di un processo di riforma dei percorsi accademici, che dovrà tradursi in un graduale ampliamento dei numeri programmati e, in particolare, nell’accesso a lauree magistrali a indirizzo clinico, con l’obiettivo di sviluppare e valorizzare le specificità della professione infermieristica ampliando formalmente le competenze dell’infermiere sia in termini di autonomia e responsabilità, sia per la capacità di programmazione, regolazione e autocontrollo sulle attività di propria competenza nei diversi ambiti”.

Fnopi ha naturalmente posto l’accento sul peso degli infermieri che oggi, appunto, celebrano la Giornata internazionale della loro professione e che è riconosciuto a livello internazionale. “Secondo studi internazionali (come Rn4Cast, pubblicato su The Lancet), ipotizzando che si riuscisse ad avere un rapporto di un infermiere ogni sei pazienti (ma oggi la media italiana è 1:11) potrebbero essere evitate 3.500 morti l’anno. Nella dotazione organica, rapporto infermiere/pazienti, a ogni aumento di un’unità paziente per infermiere, la probabilità di morte del paziente aumenta del 7%. A ogni aumento del 10% di personale infermieristico laureato corrisponde una diminuzione del 7% di mortalità.  Per questo è indispensabile anche un intervento sulla formazione”.  

Senza contare, ha ricordato infine la Federazione, le carenze di personale e la necessità di fare ricorso al lavoro straordinario che “portano anche a un elevato tasso di ‘fungibilità’ della professione, impiegata in tutte le situazioni in cui l’assistenza scarseggia, senza tenere in alcun conto il livello di formazione raggiunta dalla maggior parte degli infermieri, attraverso il conseguimento della laurea triennale o magistrale, che genera situazioni anche di burnout, pericolosi per i professionisti e per i pazienti”.

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