Tumore del seno, c’è una nuova possibilità di cura per le forme più aggressive

19 Maggio 2022

Una ricerca dello Ieo mette in luce il ruolo della proteina CDK12, un biomarcatore che permette di “identificare le cellule tumorali da colpire con farmaci anti-metabolici”

di NS

C’è una nuova speranza per la cura dei tumori della mammella più aggressivi: nasce dalle ricerche di un gruppo di studiosi dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo) coordinati da Salvatore Pece, professore ordinario di Patologia generale all’Università statale di Milano e direttore del Laboratorio “Tumori Ormono-Dipendenti e Patobiologia delle Cellule Staminali” dello Ieo. Ma in cosa consiste questa nuova possibilità di cura? I risultati dello studio (sostenuto da Fondazione Airc per la ricerca sul cancro e appena pubblicato sulla rivista Nature Communications) rivelano un inedito meccanismo molecolare che, se attivato, altera il metabolismo delle cellule tumorali, favorendone la crescita incontrollata e la progressione verso la malattia metastatica.

All’origine dell’intero processo c’è la proteina CDK12, che, se espressa in maniera esagerata – come avviene in oltre il 20% di tutti i tumori mammari umani – provoca la cascata di eventi che rendono il tumore aggressivo, resistente alle chemioterapie convenzionali e a rischio di metastasi. “Dunque la presenza di CDK12 a livelli elevati da un lato costituisce la forza motrice della malattia, ma dall’altro – sottolinea il professor Pece – diventa un biomarcatore tumorale e un suo punto di vulnerabilità”, grazie a cui è “possibile identificare i tumori da colpire con farmaci anti-metabolici, deprivando così le cellule tumorali dell’energia necessaria per la loro moltiplicazione e costringendole in sostanza a morire di fame”.

Ricordando come sia noto da circa un secolo che le cellule tumorali presentino un metabolismo differente da quelle sane e come l’utilizzo di farmaci anti-metabolici sia stato tra le prime strategie messe in campo per combattere il cancro, in particolare il cancro della mammella, il professor Pece mette in luce però che “l’entusiasmo per questi farmaci da parte degli oncologi è progressivamente diminuito per la mancanza di marcatori per identificare in modo preciso le pazienti in grado di beneficiare selettivamente ed efficacemente di queste terapie”. In questo studio, spiega invece il ricercatore, sono integrati i dati ottenuti in esperimenti con animali di laboratorio con le analisi retrospettive di diverse coorti cliniche di pazienti con tumore mammario: “I risultati risolvono il problema poiché indicano chiaramente che elevati livelli di CDK12 costituiscono un biomarcatore utilizzabile per selezionare le pazienti da trattare con terapia anti-metabolica utilizzando un farmaco, il metotrexato, già disponibile nella clinica per la cura del tumore mammario”.

Le prospettive, secondo gli autori dello studio, sono ora molto incoraggianti , visto che “siamo in uno di quei rari momenti della ricerca in cui, dopo molti anni, è possibile passare dalla ricerca di base all’applicazione concreta in ambito clinico”, sottolinea sempre Pece. Il direttore del Laboratorio “Tumori Ormono-Dipendenti e Patobiologia delle Cellule Staminali” dello Ieo, quindi, sintetizza così i risultati di questo contributo scientifico: “Abbiamo a disposizione sia farmaci già immediatamente disponibili per la cura delle pazienti, sia un nuovo marcatore di aggressività tumorale e rischio metastatico che è, allo stesso tempo, un nuovo bersaglio di terapia mirata”.

Sempre più vicini ai nostri lettori.
Segui Nursind Sanità anche su Telegram