Cure palliative, solo un paziente con ictus su cinque riceve un consulto

25 Maggio 2022

La Società italiana di scienze infermieristiche: “Ancora troppo spesso l’impiego di trattamenti è limitato al fine vita”. E lancia un corso per formare i professionisti della salute

di NS

Negli Stati Uniti solo una persona su cinque ospedalizzata a seguito di un grave ictus riceve una consultazione per cure palliative. Questo è quanto evidenziato dal recente studio pubblicato sul Journal of Pain and Symptom Management, in cui si ribadisce l’importanza dei trattamenti volti ad alleviare le sofferenze dei pazienti “indipendentemente dalla loro prognosi” e superando il concetto di cura palliativa associato in via esclusiva alla malattia oncologica in fase terminale.

“I dati americani sono molto vicini alla situazione italiana ed europea. Ancora troppo spesso l’impiego di trattamenti palliativi è limitato al fine vita e anche in questi casi le terapie non vengono necessariamente avviate se non quando le sofferenze sono in uno stadio troppo avanzato”, commenta Rosaria Alvaro, presidente della Società italiana di scienze infermieristiche che, con Consulcesi Club, ha progettato un corso volto a formare e sensibilizzare i professionisti della salute sui trattamenti palliativi e la gestione del dolore acuto. Un tema che sarà al centro, tra l’altro, della XXI Giornata nazionale del sollievo, che si celebra il prossimo 29 maggio.

Riconosciute dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) come un diritto umano e un “imperativo morale di tutti i sistemi sanitari”, di cure palliative si stima ne abbiano bisogno oltre 56,8 milioni di persone al mondo ogni anno, un numero in crescente aumento a seguito dell’invecchiamento della popolazione e alla crescita di malattie non comunicabili e di altre patologie croniche.

Per quanto riguarda il nostro Paese, la legge 38 del 2010 ha “sicuramente rappresentato un passo avanti nel riconoscimento del diritto di accesso alla sedazione palliativa”, spiega la presidente della Società italiana di scienze infermieristiche, ricordando come tale norma abbia sancito che il sistema sanitario debba essere in grado di fornirla “in tutti gli ambiti assistenziali e in ogni fase della vita e per qualunque patologia ad andamento cronico ed evolutivo”. Tuttavia, avverte, ci sono ancora tanti pazienti affetti da patologie non oncologiche, ma altrettanto causa di sofferenze, che non hanno accesso o ai quali non vengono proposti tali trattamenti.

Tra i fattori che determinano questa situazione figura “una riluttanza, in primis dei sanitari e poi dei pazienti e delle loro famiglie, dovuta spesso ad una mancanza di cultura sulla palliazione”, aggiunge Rosaria Alvaro. Che fare? Secondo l’esperta è “necessario promuovere e implementare anche nei corsi di studio la cultura delle cure palliative“, ribadendo il loro ruolo nel miglioramento della condizione fisica, psicologica e sociale dei pazienti, dei loro bisogni e di quelli delle loro famiglie. Infine, la presidente della Società italiana di scienze infermieristiche rimarca quanto più volte ribadito dall’Oms, ovvero che “bisogna migliorare l’utilizzo di questi trattamenti nel ‘continuum delle cure’ soprattutto a livello primario – ossia nei contesti assistenziali più prossimi ai luoghi in cui il paziente e la sua famiglia vivono – con l’obiettivo di migliorare la qualità di vita della persona presa in carico e della sua famiglia”.

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