Violenze sugli infermieri, almeno 125mila casi sommersi in un anno

25 Maggio 2022

Nel 2021 in 130mila hanno subito aggressioni durante i turni di lavoro, tre vittime su quattro sono donne. Fnopi: “Urgente inserire la professione tra le categorie usuranti”

di NS

Quello dell’infermiere è un lavoro sempre più a rischio violenza, in particolare per le donne. E soprattutto, il pericolo è ormai visto dagli stessi operatori come connaturato al mestiere, tanto che le denunce sono pochissime, solamente 5mila l’anno scorso su 130mila violenze subite. È quanto emerge dalla ricerca Cease-it (Violence against nurses in the work place), conclusa ad aprile 2021 e svolta da otto università italiane, (capofila l’Università di Genova) su iniziativa della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi). Che torna a chiedere di inserire tra i lavori usuranti quello dell’infermiere.

Nel 2021 ben il 32,3% degli infermieri, praticamente uno su tre – pari a circa 130mila professionisti -, ha subito violenza durante i turni di lavoro. Ma 125mila sono casi sommersi. Tre vittime su quattro (75%) sono state donne.

Numeri che, spesso, non sono intercettati e registrati in quanto le aggressioni non vengono neppure denunciate perché ormai sono percepite e considerate, dagli stessi infermieri, come dinamiche connaturate alla professione. Si configura così, con proporzioni vastissime, il fenomeno del ‘sommerso’.

Ogni anno l’Inail registra 11mila casi di violenza denunciati come infortuni sul lavoro: 5mila sono infermieri. Un dato che rende la categoria più soggetta a questo fenomeno, ma da oggi ai numeri ufficiali bisogna anche aggiungere, appunto, il sommerso di 125mila vittime che non hanno denunciato.

Su queste dinamiche pesa la carenza di infermieri negli organici: un’assistenza efficiente si ha con un rapporto infermiere paziente 1 a 6 ma, allo stato attuale, il rapporto è 1 a 12. Secondo la Fnopi, in base agli standard previsti del cosiddetto ‘DM 71’ (la delibera del 21 aprile 2022 del Consiglio dei ministri), occorre aumentare l’attuale organico con 70mila infermieri aggiuntivi. Con l’attuale carenza si restringe pericolosamente il tempo di cura oppure si aumenta la possibilità che l’infermiere precipiti in una condizione di “burnout” (33%).

A ciò bisogna aggiungere che il 10,8% di chi ha subito violenza, presenta danni permanenti a livello fisico oppure psicologico. Per comprendere le drammatiche proporzioni del problema, secondo la Federazione, è utile un raffronto: il 46% degli infermieri ha subito violenze durante l’esercizio della professione, i medici si attestano al 6%.

“Per restituire dignità all’attività professionale e per garantire la sicurezza degli infermieri durante l’orario lavorativo – spiega Barbara Mangiacavalli, presidente Fnopi- è quanto mai urgente inserire questa professione tra le categorie usuranti, mentre ora è riconosciuta soltanto la classificazione tra i lavori gravosi”.

“Lo studio ha dimostrato che gli infermieri conoscono i tratti e le caratteristiche di un potenziale comportamento di aggressione fisica o verbale; tuttavia per varie ragioni non riescono a intercettare e prevenire questi episodi”, sottolinea infine la professoressa Annamaria Bagnasco, dell’Università di Genova, coordinatrice della ricerca. Una delle concause dimostrate dallo studio è la comunicazione inadeguata che avviene tra il personale e l’assistito e/o l’accompagnatore; tuttavia, i processi comunicativi sono ampiamente influenzati dall’ambiente di lavoro, dallo staffing e dal benessere dei professionisti”.

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