“Servizio sanitario al collasso”, in 10 anni tagliati 25mila posti letto e 42.380 dipendenti

14 Giugno 2022

Di fronte a questi dati allarmanti, il Forum delle società scientifiche dei clinici ospedalieri e universitari italiani chiede “un nuovo modello in cui territorio e ospedale siano interconnessi”

di NS

Il progressivo depotenziamento dell’assistenza ospedaliera del nostro Paese è nei numeri. In dieci anni (2010-2019), gli istituti di cura sono diminuiti da 1.165 a 1.054, con un taglio di circa 25mila posti letto di degenza ordinaria (da 215 mila a 190 mila). Non solo. Il personale dipendente del Servizio sanitario nazionale è diminuito di 42.380 unità (da 646.236 a 603.856) e il definanziamento della sanità ha raggiunto i 37 miliardi“. È il quadro in cifre delineato oggi dal Forum delle società scientifiche dei clinici ospedalieri e universitari italiani (Fossc).

“La pandemia ha mostrato la debolezza del sistema e l’attuale crisi dei pronto soccorso non è altro che il risultato di anni di tagli e la punta dell’iceberg di un sistema ospedaliero in affanno”, mette in luce il Forum, evidenziando come le proposte di riforma della medicina territoriale (Decreto ministeriale 71) siano “insufficienti a colmare le gravi lacune sempre più evidenti, che rischiano di compromettere la qualità dell’assistenza”. Secondo le società scientifiche, inoltre, “l’esigenza di avvicinare le cure all’ambiente di vita dei pazienti non può essere soddisfatta semplicemente con la creazione di nuove strutture, le cosiddette Case di comunità (una ogni 50mila abitanti), definizione peraltro impropria in quanto non di comunità si tratta bensì di popolazione, o peggio i Distretti sanitari (uno ogni 100mila abitanti), come previsto dal Dm 71”.

Per questo – è la posizione emersa dal Forum – serve “un nuovo modello, in cui territorio e ospedale siano interconnessi”. A partire da un ospedale “adeguato”, che sia esteso al territorio, ridefinendo i parametri che finora ne hanno caratterizzato l’organizzazione e che risalgono al 1968. “Concordiamo sulla necessità di potenziare la medicina del territorio – afferma Francesco Cognetti, coordinatore del Forum -, ma riteniamo che non sia sufficiente per risolvere i problemi dell’ospedale, a partire dalle liste di attesa e dal collasso dei Pronto Soccorso: i problemi più evidenti che sono all’onore delle cronache rappresentano la parte immediatamente visibile di una sofferenza ben più ampia, che coinvolge l’intero Servizio sanitario nazionale e che si sta già progressivamente manifestando in tutta la sua drammaticità”.

A tal proposito, secondo Cognetti, le soluzioni da prospettare non devono avvenire isolatamente, ma in una logica di sistema: “Va superata la storica dualità fra ospedale e territorio, a favore di un unico sistema di servizi interconnesso, continuo e complementare in cui prevalga l’idea di ospedale esteso al territorio e adeguato alle necessità della popolazione, avendo ben presente la sua complessità scientifica, clinica e organizzativa”. Per questo, sottolinea, vanno “rivisti completamente i parametri organizzativi dei nosocomi sanciti con il Decreto ministeriale 70 (Dm 70 del 2 aprile 2015), di cui auspichiamo una profonda e radicale revisione. Chiediamo che l’ospedale venga ripensato in ragione delle esigenze epidemiologiche che sono chiaramente mutate negli ultimi anni, le cui risposte necessitano di provvedimenti sia quantitativi che qualitativi”.

È necessario infine, secondo il coordinatore del Forum, che “il numero di posti letto di degenza ordinaria cresca ben oltre i 350 per 100.000 abitanti odierni fino a raggiungere almeno la media europea di 500. “Anche il numero di posti letto di terapia intensiva deve superare i 14 posti letto, peraltro rimasti sulla carta e mai raggiunti, per raggiungere almeno i 25 per 100mila abitanti”. Sulla scia della lezione della pandemia, le società scientifiche ritengono necessario anche prevedere aree di terapia semi-intensiva sia nel Dipartimento Medico che nel Dipartimento d’Emergenza.

Il Forum mette inoltre in luce il rischio che l’attivazione di strutture territoriali in assenza di adeguato personale medico “comprometta il sistema delle cure primarie, definito addirittura già da una Convenzione Internazionale e svolto attraverso il medico di medicina generale con la presa in carico di tutti i cittadini davvero in prossimità della loro soglia di residenza”, in quanto “le cure primarie hanno nulla o poco a che fare con i Servizi Territoriali”, rappresentando invece la prima occasione di contatto degli individui e delle famiglie con il Sistema sanitario e costituendo il primo elemento di un processo continuo di assistenza sanitaria, un “settore ben definito da preservare ed anzi da potenziare”.

È in atto, inoltre, un progressivo appannaggio di prestazioni a favore del privato rispetto al pubblico che viene così depauperato“, conclude Cognetti, che citando le parole di Papa Francesco nella recente udienza con i dirigenti di Federsanità, sottolinea: “Occorre confermare l’importanza del sistema di sanità pubblica e per ridurre le disuguaglianze in tema di salute occorre lavorare perché tutti abbiano accesso alle cure, il sistema sanitario pubblico sia sostenuto e promosso, e continui ad essere gratuito. Tagliare le risorse per la sanità rappresenta un vero e proprio ‘oltraggio’ all’umanità’. Queste le dure e solenni affermazioni del Santo Padre che rappresentano un monito per tutti”.

Focus del forum, poi, sugli operatori sanitari che sono inadeguati in rapporto alla popolazione del nostro Paese: i medici specialisti ospedalieri sono circa 130mila, 60mila unità in meno della Germania e 43mila in meno della Francia. In Italia, come evidenziato in un recente articolo pubblicato su The Lancet, l’emorragia dei camici bianchi riguarda anche i medici di medicina generale: sono circa 40.700, ma ogni anno 3000 vanno in pensione. E si assiste a un consistente esodo di medici neolaureati e specializzandi, perché all’estero gli stipendi e le condizioni di lavoro sono nettamente migliori.

Di qui l’analisi: “La nuova articolazione delle cure territoriali delineata dal Dm 71, pur altamente auspicabile, presenta un assetto ed un modello corrispondente ad una filosofia comunitaria anzi addirittura di popolazione (50mila/100mila cittadini utenti) che appiattisce la diversità e la complessità della moderna domanda di salute e sembra completamente slegata dall’ambito ospedaliero con il quale invece dovrebbe strutturalmente collaborare – spiegano le 30 società scientifiche riunite nel Forum –. La sensazione, anzi la convinzione confermata dai fatti, è che si voglia investire sulle strutture più che sulle persone. In realtà il sistema è vicino al collasso. Non basta la costruzione di nuovi edifici, come le Case di comunità, che non rispondono affatto all’idea di prossimità delle cure e rischiano di restare cattedrali nel deserto senza alcun collegamento con l’ospedale. La prossimità non è un semplice criterio geografico”.

Dal Forum, infine, la preoccupazione rispetto a “iniziative come quella della Regione Lombardia, che ha annunciato di avviare una sperimentazione per favorire la supplenza ‘organizzativa’ degli infermieri nei confronti dei medici di medicina generale“. Si tratta – concludono le società scientifiche – di una risposta confusa, sbagliata e quasi disperata al problema della grave carenza di personale. Rivolgiamo un appello al legislatore perché consideri contestualmente la riforma dell’assistenza territoriale e di quella ospedaliera”.

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