Pnrr, contratti, professioni: le sfide della sanità nel 2026
La premier Giorgia Meloni non ne parla in conferenza stampa, ma per il sistema salute si presenta un anno decisivo. Tra grane e opportunità, sono molti i temi chiave. E la legislatura è agli sgoccioli
Malgrado la sanità sia stata la grande assente nella conferenza stampa fiume d’inizio anno della premier Giorgia Meloni – il che testimonia ancora una volta lo scollamento tra la bolla politico-mediatica e il Paese reale – sono moltissime le sfide e gli appuntamenti cruciali che attendono il settore salute in questo 2026, un anno decisivo sotto tanti punti di vista. Vediamone alcuni.
IL PNRR A SCADENZA
Innanzitutto, a metà anno c’è la scadenza naturale per il completamento dei progetti Pnrr. La Missione 6, come si sa, è tra quelle che stentano di più. Così, secondo la Fondazione OpenPolis, la spesa effettiva è ancora al 43%, ma prima di Natale un monitoraggio Cgil ha fatto suonare l’allarme per le Case di comunità: solo il 5,1% dei progetti risultava completato e le risorse spese appena al 23,8% su 2,8 miliardi complessivi. Male anche i nascenti Ospedali di comunità che a ottobre risultavano pronti al 4,4% con il 20,7% dei fondi utilizzati. Il vulnus principale, come ampiamente previsto, è la carenza di personale in seno a queste strutture. In tutti i casi, ora si tratta di accelerare per quanto possibile e di salvare il salvabile.
CONTRATTI: LA TORNATA 2025-2027
Con il rinnovo 2022-2024, si è instaurata una continuità cui il governo e l’Aran puntano a dare seguito con la tornata 2025-2027 che potrebbe vedere finalmente la firma prima della fine del triennio di riferimento o addirittura entro l’anno in corso. Già a gennaio dovrebbe essere formalizzato l'atto di indirizzo da parte delle Regioni, che sono i datori di lavoro. Le risorse finora stanziate vanno benone secondo l’esecutivo e arrivano al 2030, ma molte delle sigle sindacali chiedono di rafforzare la dote economica per recuperare il gap di potere d’acquisto che penalizza le professioni del comparto. Il Nursind, ad esempio, reclama più soldi dal 2027 per dare sostanza al sistema degli incarichi e alle aree di elevata qualificazione. Per il nuovo triennio, gli aumenti medi lordi dovrebbero comunque valere il 6,9%.
TEMPI STRETTI PER LE PROFESSIONI SANITARIE
Entro la fine di quest’anno il governo dovrebbe varare i decreti legislativi di attuazione della legge delega del ministro della Salute Orazio Schillaci per la riforma delle professioni sanitarie. Il testo era stato approvato nel settembre scorso e collegato alla legge di Bilancio in modo da seguire una corsia preferenziale. Tuttavia, è arrivato alla Camera in prima lettura soltanto a metà novembre e l’iter è iniziato il 10 dicembre. Sembra difficile poter completare il percorso, decreti delegati compresi, entro quest’anno. In ogni caso, la riforma prevede una complessiva revisione del sistema formativo, con l’avvio di un processo di aggiornamento dei percorsi di studio delle professioni sanitarie. Sono attese poi misure di sostegno allo sviluppo della carriera e delle competenze, anche nell’ottica della svolta digitale.
LA GRANA DEL ‘FINE VITA’
C’è poi il nodo sempre scottante del cosiddetto ‘fine vita’. Il Parlamento si era un po’ fermato in attesa della sentenza della Corte costituzionale che a dicembre ha in gran parte bocciato la legge regionale Toscana sul suicidio medicalmente assistito, pur non rigettando in toto la ratio della norma. Anzi, la Consulta ha ritenuto che “l’introduzione di una disciplina a carattere organizzativo e procedurale come quella impugnata non possa ritenersi preclusa dalla circostanza che lo Stato non abbia ancora provveduto all’approvazione di una legge che disciplini in modo organico, nell’intero territorio nazionale, l’accesso alla procedura medicalizzata di assistenza al suicidio”. Dunque, si tratta di un ulteriore puntura di spillo alla politica: la norma nazionale si prepara intanto a tornare in aula al Senato in questo mese, ma i punti critici sono ancora parecchi (il comitato nazionale, l’esclusione del Ssn dalle procedure, il rafforzamento delle cure palliative). E il tempo della legislatura stringe.
LA VORAGINE DEL PAYBACK
Il governo ha provato a metterci varie toppe, anche in legge di Bilancio, ma il costo del payback sanitario per le imprese del comparto promette di restare alto. Secondo i calcoli della Corte dei conti, si attesterebbe intorno ai 3 miliardi di euro: 1,9 miliardi per le imprese del farmaco e 1,1 miliardi per il biomedicale. Una voragine che non si restringe malgrado la manovra abbia alzato i tetti di spesa sia sui dispositivi medici sia sull’acquisto di farmaci. Peraltro, è stata cancellata la quota fissa dell’1,83% del prezzo delle medicine, che viene pagata allo Stato dalle imprese (166 milioni il costo della misura). A dicembre il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva ammesso: “I dispositivi medici sono un problema, lo so perfettamente, ma abbiamo cominciato anche se probabilmente in modo non ancora sufficiente a dare una risposta”. Vedremo se ci saranno spazi di manovra da qui alla fine della legislatura.
MEDICINA: LA ROGNA DEL SEMESTRE FILTRO
Altra patata bollente, che Schillaci condivide stavolta ben volentieri con la collega all’Università e alla ricerca, Anna Maria Bernini, riguarda l’eventuale ricalibratura dell’accesso a Medicina, Odontoiatria e Veterinaria tramite il semestre filtro. Dopo le prove d’esame shock e le bocciature in massa, la stessa Bernini si era impegnata: “Nessuno rimarrà a piedi. Non sono previsti studenti che perdono l’anno”. Alla fine, nella graduatoria del nuovo esame, 22.688 studenti hanno comunque raggiunto l’agognato risultato, superando almeno uno dei tre test di biologia, chimica e fisica a novembre o a dicembre. I posti sono 17.278 in tutta Italia, dunque i 5mila che non entreranno a Medicina potranno farsi largo negli altri corsi in qualche modo correlati: Farmacia, Biologia, Scienze infermieristiche, Biotecnologie, come indicato al momento dell’iscrizione al semestre filtro. Invece i 30mila rimasti fuori hanno avuto la possibilità dal ministero di scegliere un altro corso di laurea entro il prossimo 6 marzo. Chi può pagare si butterà sugli atenei privati, ma a questo punto non ci sono posti per tutti e allora pioveranno i ricorsi al Tar contro le presunte anomalie nei test e soprattutto contro il cambio di regole in corsa.
LE TUTELE AI CAREGIVER
Nel frattempo, però, il governo cerca di avviare l’anno con slancio sui temi sanitari. E ha portato oggi in Cdm due provvedimenti di ampio respiro e potenzialmente di grande impatto. Da una parte c’è il disegno di legge fortemente voluto dalla ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli, che finalmente riconosce il ruolo dei caregiver familiari. Il provvedimento individua tre tipologie di conviventi che svolgono un ruolo assistenziale: chi lo fa per almeno 91 ore settimanali, chi dalle 30 alle 90 ore settimanali e chi è impegnato dalle 10 alle 29 ore settimanali. Ne deriva un sistema di tutele differenziato: per i familiari conviventi che svolgono almeno 91 ore alla settimana con un reddito non superiore a 3mila euro annui e con Isee non superiore ai 15mila euro è riconosciuto un contributo esentasse fino a 400 euro mensili. Tra le altre tutele, diversificate a seconda del monte ore, i caregiver riconosciuti potranno avere il diritto al congedo parentale se l’assistito è under 18. Avranno ferie e permessi solidali dai colleghi dipendenti dello stesso datore di lavoro e, per esempio, i caregiver studenti potranno essere esentati dal pagamento delle tasse universitarie o vedranno la loro esperienza di cura riconosciuta quale credito nella formazione scuola-lavoro. Per il 2026-2028 la legge vale 257 milioni di euro.
LA REVISIONE ORGANIZZATIVA DEL SSN
L’altro testo importante dal punto di vista strutturale, anche se con i tempi lunghi di un ddl delega, riguarda la riorganizzazione dell’assistenza territoriale e ospedaliera, un provvedimento che negli intenti dell’esecutivo dovrebbe rivedere l’intero modello organizzativo del Ssn. Si punta ovviamente a rafforzare il legame tra territorio e nosocomio, anche attraverso l’aggiornamento degli standard del Dm 77. Si cerca di migliorare il filtro dei presidi che arrivano prima dell’ospedale, si vuole superare la frammentazione dei percorsi e consentire carriere integrate ai professionisti sanitari, gestendo meglio l’emergenza urgenza. Vengono poi riclassificate le strutture ospedaliere, in base al Dm 70 del 2015: nascono gli ospedali di terzo livello (presidi di eccellenza con bacino nazionale o sovranazionale) e gli ospedali elettivi, senza pronto soccorso, che devono operare in rete con l’emergenza-urgenza nel rispetto dei tempi massimi di connessione e requisiti uniformi di sicurezza e qualità. Si valorizza poi la bioetica clinica e c’è un riordino dei servizi di salute mentale. Si punta sulle cronicità e le cure palliative, tenendo al centro l’appropriatezza e la continuità delle prestazioni. Infine, il provvedimento mira all’interoperabilità dei sistemi informativi, vuole rafforzare la medicina digitale e affronta il nodo dei medici di base e dei pediatri di libera scelta, prevedendo una riforma del loro ruolo nell’assistenza territoriale.
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