Liste d'attesa, "Dal decreto nessun beneficio concreto per i cittadini"
Lo rileva un'analisi Gimbe che denuncia indicatori incomprensibili e fuorvianti sulla piattaforma e l'assenza di una guida informativa su cosa fare se i tempi massimi non vengono rispettati. Mancano all'appello due provvedimenti attuativi
"A 18 mesi dalla conversione in legge il dl Liste di attesa non è ancora stato in grado di dare risposte concrete ai cittadini, confermando che il carattere di urgenza era incompatibile con un fenomeno molto complesso”. La denuncia arriva da Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, che ha condotto la terza analisi indipendente sullo stato di attuazione della norma e il primo monitoraggio della Pnla (Piattaforma nazionale delle liste d’attesa) sui dati del 2025.
I DECRETI ATTUATIVI CHE MANCANO
Dopo un anno e mezzo mancano ancora 2 decreti attuativi. In totale, sono state erogate 57,8 mln di prestazioni, 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di esami diagnostici. Tuttavia, allo stato attuale, la piattaforma non è di alcuna utilità per i cittadini: descrive il rispetto dei tempi di attesa con indicatori incomprensibili e, soprattutto, non documenta le differenze tra Regioni, tra Aziende sanitarie, tra pubblico e privato accreditato né tra prestazioni erogate a carico del Ssn e in intramoenia. Da una stima Gimbe emerge che, in media, il 30% delle prestazioni viene erogato in intramoenia.
IL LIMITE DEI DATI AGGREGATI
La prima versione della PNLA, ricostruisce Gimbe, è stata lanciata il 26 giugno 2025 e progressivamente aggiornata con tutti i dati del 2025. A metà novembre Agenas aveva annunciato il rilascio entro fine anno della versione 2.0, con dati consultabili per Regione e Provincia autonoma, per pubblico e privato accreditato e per attività SSN e intramoenia, oltre ad una versione 3.0 con consultazione dei dati in tempo reale per il primo semestre 2026. Tuttavia, al 1° febbraio 2026 la versione pubblica della piattaforma rimane quella iniziale che contiene solo dati aggregati a livello nazionale. “Di conseguenza – spiega Cartabellotta – è impossibile individuare in quali Regioni e strutture si concentrano i maggiori ritardi, per quali prestazioni e per quali classi di priorità".
I DATI DISPONIBILI
La piattaforma attualmente monitora 17 visite specialistiche e 95 esami diagnostici, classificati in base alla priorità indicata nella ricetta: Urgente (entro 3 giorni), Breve (entro 10 giorni), Differita (entro 30 giorni per le visite ed entro 60 giorni per gli esami), Programmata (entro 120 giorni).
Nel 2025 sono state prenotate, nelle strutture pubbliche e private accreditate, sia in regime istituzionale che in intramoenia, quasi 57,8 milioni di prestazioni: 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di esami diagnostici. Tra le 17 visite specialistiche, le prime 5 (oculistica, dermatologica/allergologica, cardiologica, ortopedica e otorinolaringoiatrica) rappresentano oltre il 54% del totale. Per i 95 esami diagnostici la metà delle prestazioni riguarda soli 10 test: ecografie (addome completo, mammella, capo e collo, muscolo-tendinea e osteo-articolare), ecocolordoppler (cardiaco, tronchi sovra-aortici, arti inferiori) e radiografie (torace, ginocchio, mammografia). "Per le visite specialistiche – commenta il presidente – la domanda più elevata riguarda, cardiologia a parte, specialità d’organo lontane dalle competenze del medico di famiglia. Gli esami diagnostici più richiesti sono invece test di primo livello, per i quali vari studi internazionali stimano una quota di inappropriatezza pari ad almeno il 30%".
GLI INDICATORI DISPONIBILI
Rimane il nodo degli indicatori. Accanto a quelli disponibili - prenotazioni accettate, prestazioni programmate nel weekend e distribuzione per priorità – persistono indicatori incomprensibili e fuorvianti. Il rispetto dei tempi di attesa viene riportato con mediane e quartili, indicatori tecnici incomprensibili per i cittadini e difficili da interpretare anche per molti addetti ai lavori. Inoltre, questi indicatori tendono a edulcorare i numeri, perché la piattaforma esclude il 25% delle prenotazioni con i tempi di attesa più lunghi. “Ma soprattutto – chiosa Cartabellotta – non forniscono l’informazione più rilevante per verificare il rispetto dei diritti dei cittadini: per ciascuna prestazione, quale percentuale viene erogata entro i tempi massimi previsti per ogni classe di priorità?”.
LACUNE E RESPONSABILITÀ
Al momento la Pnla non fornisce alcuna guida informativa su cosa fare quando i tempi massimi non vengono rispettati. "La piattaforma non indica le modalità per presentare segnalazioni o richieste di tutela, privando il cittadino di informazioni indispensabili per esercitare i propri diritti".
"In questo scenario – commenta Cartabellotta – non mancano ovviamente le responsabilità delle Regioni, ma non al punto da attribuire loro la responsabilità del disallineamento tra obiettivi dichiarati (riduzione rapida delle liste) e l’assenza di risultati". Sicuramente, in diverse realtà persistono pratiche illegittime già rilevate dai Nas (agende chiuse, liste di “galleggiamento”, etc.), cui si aggiungono i ritardi nella realizzazione di un Cup unico che includa anche le prestazioni del privato accreditato.
Tirando le somme, "Il duplice ritardo, normativo e tecnologico, conferma che le liste d’attesa sono un sintomo del grave e progressivo indebolimento del Ssn, che richiede investimenti strutturali sul personale, coraggiose riforme organizzative, una completa trasformazione digitale e misure efficaci per arginare la domanda inappropriata di prestazioni. In assenza di questi interventi - conclude il numero uno del Gimbe - e persistendo la divergenza tra la situazione auspicata e la realtà dei fatti, il decreto Liste d’attesa rischia di restare una promessa mancata, mentre milioni di cittadini continuano a pagare di tasca propria o a rinunciare alle prestazioni. Con una silenziosa esclusione dal diritto alla tutela della salute, in violazione dell’articolo 32 della Costituzione e dei princìpi fondanti del Ssn e con gravi conseguenze sulla salute delle persone, sulla tenuta del SSN e sull’economia delle famiglie".
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