16 Marzo 2026

Tumori: ogni anno oltre 5.400 casi di cancro ovarico

Otto donne su dieci ricevono una diagnosi tardiva. I tassi di mortalità risultano però in diminuzione anche grazie alle novità di trattamento. Le ragioni per cui è considerato il carcinoma più insidioso tra quelli ginecologici e le potenzialità che offrono gli anticorpi farmaco-coniugati

Di NS
Tumori:  ogni anno oltre 5.400 casi di cancro ovarico

Il tumore ovarico ogni anno in Italia fa registrare più di 5.400 nuovi casi. Otto donne su dieci, al momento della diagnosi, presentano una malattia già in fase avanzata e vengono generalmente sottoposte a un intervento chirurgico, seguito da una chemioterapia a base di platino. La sopravvivenza globale a 5 anni delle pazienti con tumori epiteliali maligni dell’ovaio si aggira intorno al 43%.

TASSI DI MORTALITÀ E NUOVI TRATTAMENTI
I tassi di mortalità risultano però in diminuzione, nell’ultimo decennio, anche grazie all’introduzione di nuovi e più efficaci trattamenti in alternativa alla chemioterapia tradizionale. È così oggi possibile donare una speranza alle 52mila donne che nel nostro Paese vivono con una diagnosi di carcinoma dell’ovaio, anche a quelle che sviluppano una recidiva che non risponde alla terapia a base di platino (Proc). Storicamente, le opzioni di trattamento per queste pazienti sono state limitate alla sola chemioterapia. Quelle disponibili, oltre a non aver dimostrato un vantaggio in sopravvivenza, spesso comportano eventi avversi che possono avere un impatto negativo sulla qualità della vita.  Tutti temi al centro del confronto tra esperti durante l’evento scientifico FOLight – Discovering new frontiers in Ovarian Cancer, organizzato a   Sorrento.


SOLO UN CASO SU DIECI INDIVIDUATO QUANDO LA MALATTIA È CONFINATA SOLO ALLE OVAIE
“Tra quelli ginecologici il carcinoma ovarico è il più insidioso e il settimo più diagnosticato tra le donne di tutto mondo – sottolinea Sandro Pignata, direttore OC Uro-ginecologia Int-Irccs Fondazione Pascale di Napoli -. Si caratterizza per una forte aggressività e non presenta sintomi specifici che invece sono spesso associabili a quelli di altre patologie. Anche la prevenzione secondaria è molto difficile e non esistono al momento degli esami di screening accertati. Il risultato è che appena un caso su dieci viene individuato quando la malattia è confinata solo alle ovaie. Questo rende ulteriormente più difficili le già limitate possibilità di cura. Di solito il trattamento consiste in un primo intervento chirurgico a cui seguono cicli di chemioterapia a base di platino. La neoplasia tende però a recidivare nel 70% dei casi di stadio III e IV e cioè quando è diffusa alla cavità addominale o estesa ad organi, come fegato o polmoni. La resistenza ai farmaci tradizionali è molto frequente e quindi la ricerca scientifica ha dovuto concentrarsi sulla medicina di precisione e sull’individuazione di nuove terapie mirate”.

 

GLI ANTICORPI FARMACO-CONIUGATI
Le uniche terapie innovative finora disponibili nel carcinoma dell’ovaio sono state riservate solo ad alcune categorie di pazienti e solo nelle prime fasi della malattia; mente per le pazienti in stadio più avanzato, tra cui le pazienti platino-resistenti, rimane un importante bisogno insoddisfatto. La ricerca scientifica si sta oggi concentrando su anticorpi farmaco-coniugati diretti su nuovi biomarcatori, di recente identificazione, presenti in uno specifico setting di pazienti. “Il recente arrivo degli anticorpi farmaco-coniugati rappresenta una svolta importante – aggiunge Anna Fagotti, direttrice Uoc Carcinoma ovarico della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs -. Sono terapie che devono essere al più presto rese disponibili ed effettivamente fruibili in Italia. In particolare sono necessarie alle pazienti che risultano resistenti alla chemioterapia a base di platino". Dello stesso avviso Ilaria Bellet, presidente Acto Italia (Alleanza contro il tumore ovarico): "Nel carcinoma ovarico stiamo assistendo a un’evoluzione importante: la sopravvivenza può aumentare grazie a terapie sempre più mirate. Gli anticorpi farmaco-coniugati stanno cambiando le prospettive per molte pazienti e per trasformare questa innovazione in cura serve un passo decisivo: renderli disponibili in modo tempestivo e omogeneo sul territorio, insieme agli strumenti diagnostici indispensabili per accedervi”.

 

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