"Il Covid insegna: la sanità ha bisogno di una regia nazionale forte"
La pandemia ha messo in luce i limiti strutturali della risposta alle grandi emergenze che non possiamo affrontare con 21 sistemi regionali diversi. Servono più prevenzione, medicina di prossimità e approccio multidisciplinare
Il 18 marzo l’Italia ricorda le vittime della pandemia di Covid-19. La data scelta è legata direttamente ad un’immagine impressa nella nostra memoria collettiva: quella dei camion militari che nella notte lasciavano Bergamo per trasportare le bare verso altri luoghi di sepoltura. Un’immagine che ha rappresentato, più di ogni parola, la drammaticità di quei giorni.
Nel nostro Paese la pandemia ha provocato quasi 200mila vittime. Dietro ogni numero c’è una persona, una famiglia, una storia. Per questo la giornata del 18 marzo dovrebbe essere prima di tutto un momento di memoria condivisa e di rispetto. Talvolta, invece, questa ricorrenza viene vissuta come un’occasione di resa dei conti politica.
È certo legittimo cercare di comprendere cosa eventualmente non abbia funzionato in quei giorni, per poter rispondere in maniera più efficace possibile ad altre, purtroppo possibili, emergenze. Ma il ricordo di quella tragedia nazionale dovrebbe unire il Paese nella volontà di imparare da ciò che è accaduto e non di cercare capri espiatori politici.
Molte delle difficoltà affrontate nei primi mesi della pandemia derivavano dalla natura stessa dell’emergenza: un virus nuovo, sconosciuto nella sua diffusività e nella sua potenza. Ma la pandemia ha anche messo in luce limiti strutturali del nostro sistema sanitario e dell’organizzazione della risposta alle grandi emergenze sanitarie.
Tra le lezioni più evidenti c’è la necessità di rafforzare il coordinamento nazionale del sistema sanitario. Non è pensabile affrontare emergenze di questa portata con 21 servizi sanitari diversi, con livelli di organizzazione e capacità di risposta molto differenti tra loro.
La pandemia ha mostrato con chiarezza le fragilità di una sanità troppo frammentata e gestita esclusivamente in chiave regionale. Questo non significa negare il ruolo delle Regioni. Significa però riconoscere che, di fronte a grandi emergenze sanitarie, è indispensabile una regia nazionale forte, capace di garantire indirizzi chiari, coordinamento e uniformità di risposta.
In questi anni si è molto parlato della necessità di rafforzare l’epidemiologia, la medicina di prossimità, la prevenzione, l’approccio multidisciplinare alla salute pubblica. Sono obiettivi condivisibili e ormai ampiamente riconosciuti. La domanda che dobbiamo porci è quanto questi principi siano stati realmente finanziati e costruiti.
La pandemia, inoltre, indica alcune priorità chiare: rafforzare le reti territoriali di assistenza, investire in ricerca e nella capacità di sviluppare rapidamente vaccini e terapie, promuovere campagne di informazione e formazione sanitaria diffuse, migliorare il coordinamento tra i diversi livelli istituzionali evitando eccessive frammentazioni.
Tutto questo richiede una scelta politica di fondo: considerare la spesa sanitaria non come un costo, ma come un investimento. Un investimento nella salute dei cittadini e nella sicurezza del Paese. Nel medio e lungo periodo, infatti, sistemi sanitari più forti significano anche minori costi sociali ed economici derivanti dalle malattie e dalle emergenze.
Ricordare le vittime del Covid non significa soltanto guardare al passato. Significa assumersi la responsabilità di costruire un sistema sanitario più preparato, più equo e più vicino alle persone. È questo il modo più serio e più rispettoso per onorare la memoria di chi non c’è più.
*già presidente della Commissione di inchiesta della Regione Lombardia sulla pandemia e vicepresidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid.
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