31 Marzo 2026

Flop Pnrr: in ritardo Case e Ospedali di comunità

I dati del report Gimbe. Non va meglio il Fascicolo sanitario elettronico: strumento incompleto e cittadini restii ad autorizzare la consultazione da parte del medico. Tutti i numeri

Di NS
Flop Pnrr: in ritardo Case e Ospedali di comunità

La riforma dell’assistenza territoriale, pilastro del Pnrr Missione Salute per avvicinare la sanità ai cittadini, è ancora ben lontana dall’essere realmente operativa. Al 31 dicembre 2025 solo 66 Case della comunità (3,9%) risultano pienamente funzionanti e solo 163 Ospedali di comunità (27,4%) hanno attivato almeno un servizio, ma nessuno risulta pienamente funzionante. Mentre le Centrali operative territoriali (Cot) risultano attivate in tutte le Regioni e il target europeo di 480 è già stato raggiunto (al 31 dicembre 2025, su 657 Cot programmate, 625 risultano pienamente funzionanti). Sul fronte digitale, il Fascicolo sanitario elettronico (Fse) rimane ancora incompleto e poco utilizzato per il mancato consenso all’utilizzo dei dati, in particolare nel Mezzogiorno. Sono questi i dati più rilevanti emersi dal monitoraggio che l’Osservatorio Gimbe sul Ssn continua a portare avanti.

 

RIFORMA DELL’ASSISTENZA TERRITORIALE
Secondo i dati estratti dal report Agenas sul DM 77 ed elaborati dal Gimbe, a quattro anni dall’adozione del DM 77, la riforma dell’assistenza territoriale procede a rilento, con marcate diseguaglianze regionali, in particolare nell’attivazione e nella piena operatività di Case e Ospedali di comunità. “Fatta eccezione per le Centrali operative territoriali, a pochi mesi dalla scadenza del Pnrr – sottolinea il presidente Nino Cartabellotta - siamo molto lontani dal raggiungimento del target europeo. E il ritmo di attivazione di Case e Ospedali di comunità rimane troppo lento. La riorganizzazione dell’assistenza territoriale definita dal DM 77 prevede la realizzazione di 1.715 Case della comunità (Cdc), 657 Centrali operative territoriali (Cot) e 594 Ospedali di comunità (Odc). Di queste strutture, le risorse del Pnrr finanziavano inizialmente 1.350 Cdc, 600 Cot e 400 Odc. Nel novembre 2023 i target sono stati rivisti al ribasso: le Cdc si sono ridotte a 1.038, le Cot a 480 e gli Odc a 307 (Tabella 1). “In altri termini - afferma Cartabellotta - le risorse del Pnrr coprono solo una parte delle strutture programmate per la piena attuazione della riforma dell’assistenza territoriale”.

 

CASE DELLA COMUNITÀ
Al 31 dicembre 2025, su 1.715 Cdc programmate, per 649 (37,8%) le Regioni non hanno dichiarato attivo alcun servizio previsto dal DM 77. “Per oltre un terzo delle strutture programmate – commenta il presidente – non esiste alcun dato pubblico: né sulla loro reale esistenza, né sullo stato di avanzamento”. Per 781 strutture (45,5%) risulta attivo almeno un servizio: di queste solo per 285 (16,7%) sono stati dichiarati attivi tutti i servizi obbligatori: presenza di équipe multi-professionali, punto unico di accesso, assistenza domiciliare, specialistica ambulatoriale, servizi infermieristici, sistema di prenotazione collegato al Cup, integrazione con i servizi sociali, partecipazione della comunità, oltre a servizi diagnostici di base, continuità assistenziale e punto prelievi solo nelle Cdc principali (hub). “Considerata la rilevanza di ciascuno di questi servizi – chiosa Cartabellotta – la loro presenza parziale non solo indebolisce le funzioni delle Case della Comunità, ma rende le strutture poco attrattive per i cittadini che non trovano tutte le risposte adeguate ai bisogni assistenziali". Infine, delle 285 Cdc con tutti i servizi obbligatori attivi, solo 66 (3,9%) risultano pienamente operative, grazie alla presenza di personale medico (H 24 7/7 giorni nelle Cdc principali e almeno 12 ore/die per 6/7 giorni nelle secondarie) e infermieristico (almeno 12 ore/die per 7/7 giorni nelle Cdc principali e per 6/7 giorni in quelle secondarie)

DIECI REGIONI SOPRA LA MEDIA NAZIONALE
La media nazionale del 45,5% delle Cdc con almeno un servizio dichiarato attivo è superata da 10 Regioni: dal 49,7% della Toscana al 100% della Valle d’Aosta. Le rimanenti 11 si collocano al di sotto del valore nazionale: dal 38,5% della Provincia autonoma di Trento sino alla Basilicata e alla Provincia autonoma di Bolzano, dove non risulta attiva alcuna Cdc. Limitando l’analisi alle Cdc con tutti i servizi dichiarati attivi, la media nazionale scende al 12,8% per quelle prive di personale medico e infermieristico e al 3,9% per quelle pienamente funzionanti, di cui oltre la metà si concentra in Lombardia (n. 22) ed Emilia Romagna (n. 15). Le differenze regionali non dipendono solo dal completamento delle strutture, ma soprattutto dalla disponibilità di personale: in tutte le Regioni, ad eccezione di Valle d’Aosta, Molise e Abruzzo, la quota di Cdc pienamente operative è sempre inferiore rispetto a quelle con tutti i servizi attivi . “Anche dove tutti i servizi vengono dichiarati attivi – sottolinea Cartabellotta – le Case della Comunità restano, nei fatti, scatole vuote: senza personale sanitario non possono funzionare”.

OSPEDALI DI COMUNITÀ
Al 31 dicembre 2025, dei 594 Ospedali di comunità programmati, solo 163 (27,4%) risultano avere almeno un servizio attivo, per un totale di oltre 2.900 posti letto. In valori assoluti, i numeri più alti si registrano in Veneto (n. 47), Lombardia (n. 30), Emilia-Romagna (n. 24) e Toscana (n. 17). Altre 13 Regioni hanno attivato almeno un OdC: dagli 8 dell’Umbria a 1 in Calabria, Campania e Piemonte. Quattro Regioni restano invece ferme a quota zero: Basilicata, Marche, Provincia autonoma di Bolzano e Valle d’Aosta. A fronte di una media nazionale del 27%, le differenze territoriali sono marcate: il Molise, con soli 2 Odc programmati, raggiunge il 100%, mentre all’estremo opposto quattro Regioni non ne hanno attivato alcuno; le altre si collocano in un intervallo molto ampio, dal 2% della Campania al 75% della Provincia autonoma di Trento. “Questi numeri – commenta Cartabellotta – certificano che sugli Ospedali di comunità siamo ancora più indietro: non solo le strutture procedono a rilento, ma nessuna Regione è riuscita ad attivare tutti i servizi previsti dal DM 77. In queste condizioni, renderli “pienamente funzionanti” entro il 30 giugno appare una missione impossibile”. Per essere pienamente operativi, gli Odc devono infatti garantire presenza medica per almeno 4,5 ore al giorno per 6 giorni su 7, assistenza infermieristica continuativa (H24 7/7 giorni), la figura del case manager, posti letto dedicati a pazienti con demenza o disturbi comportamentali e spazi per la riabilitazione motoria.

 

FASCICOLO SANITARIO ELETTRONICO (FSE) INCOMPLETO
Il FSE 2.0 è il pilastro della trasformazione digitale del Ssn: il Pnrr destina un investimento di  1,38 miliardi di euro per creare un ecosistema digitale interoperabile di dati sanitari su scala nazionale. "Proprio oggi, 31 marzo – spiega Cartabellotta – scade il termine per l’adeguamento delle strutture sanitarie pubbliche e private al modello standard di trasmissione dei dati per alimentare il Fse. Un passaggio cruciale, ma ancora incompleto e molto disomogeneo tra le Regioni: senza una interoperabilità reale, il FSE resta un’infrastruttura incapace di generare benefici concreti per l’assistenza sanitaria".
Al 30 settembre 2025, secondo i dati del portale Fascicolo sanitario elettronico 2.0, nessuna Regione rende disponibili tutte le 20 tipologie di documenti previste dal DM 7 settembre 2023. Il livello di completezza varia dai 17 documenti dell’Emilia-Romagna agli 11 della Puglia. Mentre al 30 settembre 2025, solo il 44% dei cittadini ha espresso il consenso alla consultazione del Fse da parte di medici e operatori del Ssn, con forti disomogeneità regionali: dal 2% in Abruzzo e Campania al 92% in Emilia-Romagna. Tra le Regioni del Mezzogiorno, solo la Puglia supera la media nazionale (44%), raggiungendo il 75% (Figura 6). "Se nemmeno la metà dei cittadini consente l’accesso al proprio Fse – avverte Cartabellotta – non siamo di fronte a un problema tecnico, ma a un fallimento culturale e organizzativo. Colmare divari così ampi richiede alla politica interventi immediati: nel Mezzogiorno pesano analfabetismo digitale, scarsa fiducia sulla sicurezza dei dati e una limitata percezione dell’utilità del Fse".

 

 

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