08 Aprile 2026

Terapia del dolore, si soffre anche per deficit culturali

Nonostante la sintomatologia lo richederebbe, un terzo dei pazienti non accede ad alcun trattamento specifico. Pesano difetti diagnostici e vuoti accademici. Coluzzi (La Sapienza): "Nei corsi di laurea in Medicina e Chirurgia lo spazio dedicato al tema è spesso residuale, a differenza di Infermieristica dove l'attenzione didattica è superiore"

Di Elisabetta Gramolini
Terapia del dolore, si soffre anche per deficit culturali

Un'ampia fetta di pazienti in Italia convive con il dolore cronico senza le cure adeguate e subisce pesanti ripercussioni sulla vita lavorativa e sociale. Per questa popolazione, alla sofferenza fisica si aggiungono l’isolamento psicologico e spesso la disinformazione riguardo ai propri diritti. A offrire un quadro della situazione sono i risultati della recente indagine condotta da Swg per conto della Fondazione Nora e Alberto Gentili. I dati, raccolti tra ottobre e novembre 2025 su un campione nazionale di 492 persone, evidenziano che il 28% degli intervistati non riceve alcuna terapia specifica, nonostante una sintomatologia dolorosa media di 6,3 su 10, che sale fino a 6,6 nelle aree del Sud e delle Isole. Questa condizione di sofferenza persistente incide pesantemente sulla vita quotidiana, compromettendo drasticamente le attività ricreative, la sfera lavorativa o accademica, la qualità del sonno e la stabilità delle relazioni interpersonali.
L'immagine è quella di una popolazione che si sente invisibile agli occhi della società e dei media, ritenuti troppo distanti o poco inclini a combattere lo stigma legato al dolore. Persiste inoltre un profondo deficit culturale: circa il 40% dei pazienti ignora l'esistenza della legge 38 del 2010, che garantisce il diritto costituzionale a non soffrire, mentre quasi la metà del campione non sa distinguere tra cure palliative e terapia del dolore. Molti cittadini incontrano ancora ostacoli significativi nel reperire informazioni pratiche su farmaci, esenzioni e strutture sanitarie di riferimento, sentendosi abbandonati da un sistema che percepiscono come poco attento alle loro necessità.
 
I TRATTAMENTI PERSONALIZZATI
La medicina del dolore soffre ancora oggi di un profondo bias valutativo che ne limita l'efficacia sul territorio. “Spesso il paziente, ma talvolta anche alcuni specialistici, percepiscono la terapia del dolore come un singolo atto ambulatoriale, una sorta di intervento risolutivo estemporaneo per problematiche che persistono da anni”, afferma Flaminia Coluzzi, professore associato di Anestesiologia dell’Università La Sapienza di Roma e direttore della Scuola di specializzazione Medicina e Cure palliative. Al contrario, la Medicina del dolore richiede “un approccio diagnostico rigoroso - continua la professoressa - che non si ferma all'individuazione della causa primaria, ma sa distinguere la tipologia specifica del dolore per impostare una strategia di trattamento personalizzata”. Questa strategia deve spaziare dalle terapie non farmacologiche a quelle farmacologiche, fino agli interventi procedurali più o meno invasivi necessari per gestire la cronicità.

IL VUOTO ACCADEMICO    
Nonostante circa l'8% della popolazione soffra di un dolore cronico ad alto impatto, solo una minima parte di questi pazienti riesce a intercettare i centri specialistici. La restante quota è affidata a figure professionali che presentano livelli di preparazione estremamente eterogenei. “Se da un lato si è investito molto nella formazione dei medici di medicina generale, dall'altro persiste un preoccupante vuoto nei percorsi accademici e nelle diverse branche specialistiche, che porta anche alla difficoltà di identificare quali sono i pazienti da indirizzare a centri specialistici di Medicina del Dolore. Nei corsi di laurea in Medicina e Chirurgia lo spazio dedicato alla terapia del dolore rimane di frequente residuale e disomogeneo, mentre nei corsi di laurea in Infermieristica viene dedicato spazio sia alla terapia del dolore che alle cure palliative”.

LO STADIO DELLA NEUROINFIAMMAZIONE    
 Un punto cruciale per comprendere la necessità di un intervento precoce risiede nei meccanismi di cronicizzazione del dolore. Mentre quello acuto funge da fondamentale meccanismo di protezione, la persistenza di uno stimolo nocicettivo può innescare processi di sensibilizzazione centrale. In questo contesto, entra in gioco la neuroinfiammazione, “un fenomeno – spiega la professoressa – che coinvolge non solo i neuroni, ma soprattutto le cellule gliali, che rappresentano l'80% delle cellule del sistema nervoso centrale. Quando queste cellule, deputate alla difesa e al sostegno, che rivestono un ruolo immune del sistema nervoso centrale, vengono attivate eccessivamente, alimentano un circuito di amplificazione midollare che rende il dolore cronico una malattia e gli analgesici tradizionali meno efficaci”.

LA DIAGNOSI PRECOCE CONTRO IL DOLORE CRONICO    
La comprensione di questi meccanismi spiega perché gli antinfiammatori classici risultino spesso inadeguati nelle fasi croniche: la loro azione è prevalentemente periferica e non riesce a contrastare i cambiamenti strutturali del sistema nervoso, noti come neuroplasticità. “Fenomeni come l'allodinia, ovvero la percezione di dolore a fronte di stimoli innocui, o l'iperalgesia sono segnali chiari che il dolore sta virando verso una condizione patologica autonoma. Intervenire tempestivamente - conclude l’esperta -, sia in ambito oncologico che in contesti post-chirurgici o in patologie come l'endometriosi e l'artrosi, è l'unico modo per prevenire alterazioni permanenti e garantire al paziente una reale gestione della propria qualità di vita, evitando che il dolore si trasformi da sintomo a malattia cronica persistente”.

 

 

Sempre più vicini ai nostri lettori.
Segui Nursind Sanità anche su Telegram