Mancano i pediatri, ma è davvero emergenza? Ecco i numeri
Secondo le stime Gimbe l'Italia è sotto di 500 specialisti. La presidente Cipe Mazzone però guarda avanti e mette in guardia dal rischio saturazione: "Non dimentichiamo che durante il Covid sono stati aumentati i posti nelle scuole". Intanto, i nodi aperti restano la denatalità e l'ipotesi di prolungare l'assistenza fino a 18 anni
La carenza di pediatri di libera scelta in Italia rappresenta un'emergenza critica che colpisce duramente il Servizio sanitario nazionale. Ne mancano quasi 500, con picchi che arrivano a toccare quasi l'80% in alcune regioni, quali Lombardia, Piemonte e Veneto. A lanciare la critica, dati alla mano, è la Fondazione Gimbe. I numeri, secondo l’analisi, costringono molti specialisti a superare l’odierno limite consigliato dei mille assistiti pur di rispondere all’esigenza della popolazione. Ciò però compromette la tempestività del servizio e l'accesso all'assistenza per le famiglie, soprattutto per i pazienti più piccoli e più fragili. E la crisi è destinata ad aggravarsi: entro il 2029 è previsto un massiccio pensionamento che si unisce all'incertezza del ricambio generazionale. Sì perché, nel frattempo, molti neo-specialisti preferiscono la carriera ospedaliera, a volte più appagante e meno impervia di quella spesa nel territorio.
ATTENZIONE AL RISCHIO PLETORA
All’analisi fornita dalla Fondazione, Teresa Mazzone, presidente della Confederazione italiana dei pediatri (Cipe), aggiunge però delle considerazioni legate al fabbisogno reale nei territori. “La carenza di pediatri in alcune regioni e nelle aree periferiche o disagiate è una realtà innegabile – spiega a Nursind Sanità - ma coesiste paradossalmente con la presenza di zone carenti in cui i professionisti si inseriscono trovando un bacino di utenza estremamente ridotto. Inoltre, è necessario accettare il fatto che la possibilità di avere il pediatra sotto casa sta scomparendo, non solo nelle periferie ma anche nei grandi centri urbani”. Lo scenario è comunque destinato a mutare radicalmente. “Durante l'emergenza Covid - ricorda Mazzone - sono stati incrementati i posti nelle scuole di specializzazione per far fronte alle carenze ospedaliere. Di conseguenza, si prevede un'uscita di nuovi specialisti in pediatria più che doppia rispetto agli anni precedenti, introducendo il rischio concreto di una saturazione eccessiva sul mercato del lavoro, con un numero di professionisti superiore ai posti effettivamente necessari”.
L'IMPATTO DELL'INVERNO DEMOGRAFICO E IL TETTO DELL'ETÀ
Inevitabile fare i conti con la crisi della natalità che riguarda prima o poi tutte le specialità. “Anche la medicina generale - riconosce la presidente Cipe - soffre di una grave carenza su tutto il territorio nazionale, Lazio e Roma compresi. Attualmente, l'Accordo collettivo nazionale (Acn) prevede che i pazienti rimangano in carico al pediatra fino ai 14 anni, con una proroga fino ai 16 anni limitata a casi di patologie croniche o disagi psicosociali, senza che siano previste ulteriori deroghe. L'ipotesi di innalzare il massimale a 1.500 assistiti comporterebbe necessariamente una revisione del rapporto ottimale, oggi fissato a uno specialista ogni 850 pazienti. Qualora si decidesse di prolungare l'assistenza pediatrica fino ai 18 anni - sottolinea –, si aprirebbero diversi nodi burocratici e logistici. Bisognerebbe innanzitutto chiarire se si tratterà di un regime di esclusività (come avviene oggi nella fascia 0-6 anni) o se i ragazzi tra i 14 e i 18 anni potranno scegliere tra il pediatra e il medico di medicina generale. Inoltre, è verosimile che chi è già transitato alla medicina generale non torni indietro, limitando l'applicazione della norma ai nuovi passaggi dal momento dell'entrata in vigore del decreto”.
Al momento, la prospettiva descritta nel decreto Schillaci, che intende riformare le cure primarie e con esse l'assistenza pediatrica, ipotizza un'età di esclusiva fino a 16 anni, concedendo alle Regioni la facoltà di estenderla ai 18 anni in base alle necessità assistenziali. “Questa manovra - osserva Mazzone - da un lato maschererebbe il problema della denatalità, che ha ridotto drasticamente il numero dei bambini assistibili, e dall'altro alleggerirebbe il sovraccarico dei medici di medicina generale, una misura particolarmente sensibile per i pazienti con cronicità importanti. La riduzione del carico di lavoro dei medici di medicina generale resta una priorità assoluta che richiede una migliore programmazione e interventi mirati a rendere la professione più attrattiva, dato che le borse di studio del settore vanno regolarmente deserte in tutta Italia”.
I NODI SUL TAVOLO DEL RINNOVO CONTRATTUALE
Un'ulteriore questione complessa, e non ancora risolta, riguarda la sostenibilità economica di queste riforme. La quota capitaria riconosciuta ai pediatri è attualmente più alta rispetto a quella dei medici di medicina generale, in virtù della loro qualifica di specialisti dell'età evolutiva. “Un travaso di pazienti più grandi verso la pediatria – commenta la presidente – comporterebbe quindi un aumento della spesa pubblica”. Al momento non è possibile prevedere se tale nodo verrà sciolto dal futuro decreto Schillaci o se sarà demandato direttamente al tavolo delle trattative per il prossimo Accordo collettivo nazionale. “Trattandosi di dinamiche ancora in evoluzione - conclude -, sarà necessario attendere i testi definitivi per valutare l'effettivo impatto sulle finanze pubbliche e sull'organizzazione del sistema sanitario”.
Sempre più vicini ai nostri lettori.
Segui Nursind Sanità anche su Telegram