"Niente social agli under 16? Sono come slot machine, il divieto non basta"
L'allarme della psicologa Beatrice Toro a Nursind Sanità dopo la stretta in Uk: "Serve consapevolezza sanitaria, non è sufficiente lo stop all'accesso"
Sulla scia del modello australiano, anche il Regno Unito si appresta a vietare l'accesso ai social media per i minori di 16 anni. Il primo ministro britannico, Keir Starmer, ha annunciato una stretta normativa: il provvedimento non colpirà soltanto i colossi come TikTok, Instagram e YouTube, ma estenderà le restrizioni anche alle chat dei videogiochi e alle chatbot di intelligenza artificiale a sfondo sessuale. Un cambio di passo radicale che sposta il dibattito da una dimensione domestica a una riflessione più seria e consapevole.
Per Beatrice Toro, psicologa, psicoterapeuta e direttore didattico della Scuola di specializzazione in psicoterapia Scint, l'abuso dei social network va affrontato oggi come un tema di salute pubblica, che riguarda i giovani ma che interroga profondamente anche il mondo degli adulti.
IL CERVELLO SOTTO SCACCO: L'EFFETTO "SLOT MACHINE"
Il cuore del problema risiede nella biologia dello sviluppo. Esporre un under 16 alle dinamiche dei social significa inserirlo in un circuito di "ricompensa continua" per cui il cervello umano, a quell'età, non è ancora strutturato. “Il cervello degli under 16 è particolarmente sensibile alla gratificazione e alla sua assenza”, spiega Toro. “Queste piattaforme agganciano la mente in formazione a uno schema di rinforzo variabile, simile a quello di una slot machine”. L'imprevedibilità di un ‘like’ o di un commento mantiene i circuiti neurali dei ragazzi in uno stato di costante attivazione e attesa. Questo meccanismo, lavorando a regime massimo, ostacola la consapevolezza e la maturazione biologica (processo che si completa intorno ai 25 anni), alimentando invece l'impulsività generale.
PERCHÉ I 16 ANNI? LA LINEA DI DEMARCAZIONE EMOTIVA
Fino ad oggi la soglia teorica (e spesso aggirata) era fissata a 13 o 14 anni. Spostare legalmente il limite a 16 anni offre, secondo Toro, un aiuto concreto alle famiglie. Se a 13 anni i genitori riescono ancora a esercitare un controllo diretto, a 16 anni un intervento normativo diventa l'argine necessario per proteggere un'età vulnerabile, in cui i ragazzi si sentono già adulti ma non possiedono la maturità anagrafica per gestire l'iper-connessione. La dipendenza digitale, d'altronde, non risparmia gli adulti, spesso vittime degli stessi contenuti aggressivi o banali che sottraggono equilibrio alle relazioni reali.
IL "CUSCINETTO" DEI CONFLITTI FAMILIARI
Un divieto rigido potrebbe isolare i ragazzi, abituati come sono a relazionarsi tramite lo smartphone? Per la psicologa la risposta è no: “Una limitazione può, al contrario, restituire ai giovani elementi evolutivi fondamentali come la noia e la necessità di costruire legami autentici”, scardinando il confronto tossico basato su immagini di felicità parziale mostrate online. L’esperta solleva però un velo su una scomoda verità familiare: spesso l'isolamento dell'adolescente nella sua stanza con lo smartphone fa comodo. “Diventa un ‘cuscinetto’ per evitare conflitti domestici”. Togliere lo schermo significa che la famiglia deve tornare a offrire alternative serie: spazi di aggregazione e un dialogo autentico, accettando anche la fatica del confronto.
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