Case di comunità: a quota 1.156 quelle operative
Schillaci in Aula al Senato: "Siamo in linea con i target previsti, c'è stato uno sforzo corale per costruire una nuova era della medicina territoriale". E sull'intesa con i medici di famiglia: "Non è solo un accordo tecnico"
Sono 1.156 le Case di comunità operative sul territorio nazionale. È questo il dato fresco di giornata che il ministro della Salute Orazio Schillaci ha ricevuto dalle Regioni che, a loro volta, lo hanno comunicato agli uffici del Ministero. Un numero rassicurante per il ministro tanto quanto il recente lieto fine della querelle con i medici di medicina generale, con l’intesa nell’Accordo collettivo nazionale, proprio sulle ore da svolgere nelle Cdc.
“Sulle Case di comunità siamo in linea con i target previsti, siamo a un passo dal completare la parte amministrativa. Stiamo lavorando con le Regioni per chiudere la macchina burocratica e la relativa documentazione”, ha detto in Aula al Senato Schillaci, rispondendo al question time. “C’è stato un enorme sforzo di tutti per costruire, insieme, una nuova era della medicina territoriale. Questo rappresenta un cambio in meglio della sanità”, ha aggiunto citando la mole di documenti sul tema prodotti fino a ora, “oltre 17.000”. Quindi la soddisfazione tutta politica: “Si parlava da quindici anni di medicina territoriale. Quindici anni di convegni, slogan, proclami elettorali. Con il lavoro e con pochi slogan, abbiamo realizzato quello che altri sbandieravano: una medicina più vicina ai cittadini, disponibile quando serve”. In Senato, Schillaci ha poi ricordato che “per chi è indietro c'è un percorso di accompagnamento, perché la vera sfida non è aprire le strutture. È farle funzionare ovunque, allo stesso modo. In tutta la penisola”.
Un passaggio infine proprio sull’Acn per la medicina generale: “Non è solo un accordo tecnico. È il momento in cui il progetto delle Case della comunità parte davvero”. E poi ancora: “Questo accordo è la base e ci dice che si deve guardare di più al lavoro di squadra, non più al singolo professionista nel suo studio, ma ad una equipe che si occupa davvero di prevenzione, che torna ad ascoltare e a visitare i pazienti”. Con tanto di chiosa: "Questa volta abbiamo ascoltato le esigenze dei liberi professionisti attuali che sono ben organizzati con le loro associazioni, il futuro però è dei giovani medici, di chi ci chiede modernità, telemedicina e allo stesso tempo più attenzione a quei troppi cittadini che, in assenza di riferimenti, ancora oggi si riversano nei Pronto soccorsi".
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