07 Luglio 2026

Obesità: in Italia cresce tra i ragazzi. Allarme per le giovani donne

Le 18-34enni in sovrappeso eccessivo passano dal 3,6% di dieci anni fa al 6,3% odierno. Ma la patologia riguarda un terzo dei bambini di 3-10 anni. Una legge mette l'Italia all'avanguardia, però mancano i fondi

Di NS
Obesità: in Italia cresce tra i ragazzi. Allarme per le giovani donne

L’allarme obesità cresce tra i ragazzi e in particolare tra le giovani donne. Secondo i dati Istat 2025, la quota di quelle in eccessivo sovrappeso tra 18 e 34 anni è schizzata dal 3,6% del 2016 al 6,3% attuale, con una crescita del 75% che supera l'incremento del 35% rilevato tra i coetanei maschi, passati dal 4,6% al 6,2%. Questo fenomeno in aumento interessa anche le fasce di età contigue, poiché tra i 35-44enni il tasso sale dall'8,5% al 10,3%, un dato dovuto soprattutto all’incremento di 2,6 punti percentuali tra gli uomini, mentre tra i 45-54enni si passa dall’11,1% nel 2016 al 12,5% nel 2025. Nelle classi di età successive la crescita dei tassi di obesità rispetto al 2016 risulta invece più contenuta o assente, delineando un quadro epidemiologico concentrato prevalentemente sulle generazioni più giovani. Allarmanti anche i numeri sui giovanissimi: nel biennio 2024-2025 in Italia oltre un minore su quattro tra i 3 e i 17 anni (26%) è in eccesso di peso, con un picco del 32,3% tra i bambini di 3-10 anni.

Questi sono alcuni dei numeri sull’epidemiologia dell’obesità in Italia presentati durante l’ottavo Italian Barometer Obesity Forum ‘Obesità in Italia 2026: dati, impatti, prospettive politico-sanitarie e legislative di intervento’. L’evento è stato realizzato su iniziativa della senatrice di Italia viva Daniela Sbrollini, presidente dell’Intergruppo parlamentare sull’obesità, che ha commentato: “È stato importante dotarsi, qualche settimana fa, di una legge: siamo il primo Paese al mondo ad avere una legge sull’obesità. Ma le risorse sono poche, abbiamo bisogno di fondi strutturali, se vogliamo davvero raggiungere l’obiettivo della prevenzione e della riduzione delle diseguaglianze territoriali, sociali e culturali”.

L’obesità non è una scelta o una colpa individuale, ma una malattia complessa e multifattoriale radicata nella genetica e amplificata da stili di vita moderni e sedentari. “La sua vera gravità risiede nella sua natura multi-sistemica, associandosi a un gran numero di importanti complicanze, come diabete tipo 2, ipertensione, dislipidemia, apnea ostruttiva del sonno, osteoartrite e malattie cardiovascolari - ha spiegato Paolo Sbraccia, presidente di Ibdo Foundation, Università di Roma Tor Vergata -. In questo scenario sono preoccupanti i dati sull’aumento dell’obesità nelle giovani donne: l’obesità triplica il rischio di infertilità femminile e aumenta le probabilità di aborto, riducendo le chance di concepimento col crescere del Bmi”.

Roberta Crialesi, dirigente del servizio Sanità, salute e assistenza Istat, ha chiosato: “I dati dimostrano una marcata componente familiare e un’importante influenza delle condizioni socioeconomiche e culturali della famiglia. Infatti, la quota di minori in eccesso ponderale sale al 35,8% quando entrambi i genitori condividono questa condizione, al 28,7% se riguarda solo la madre e al 24,9% se interessa il padre, scendendo al 19,9% se i genitori sono normopeso”. Invece Nathan Levialdi Ghiron, rettore dell’Università di Roma Tor Vergata, ha sottolineato: “In un momento in cui la politica ha finalmente compiuto un passo decisivo con la legge Pella, il compito del mondo accademico è quello di fornire le evidenze scientifiche, i dati e le competenze necessarie per tradurre una legge in azioni concrete, efficaci e durature”.

E proprio Roberto Pella, anche lui presidente dell’Intergruppo sull’obesità e deputato di Forza Italia, ha evidenziato l’importanza delle norme: “L’Italia si è affermata come modello internazionale nella lotta a questa patologia, trasformando un riconoscimento normativo in un vero motore di cambiamento. La norma ha aperto la strada a una maggiore integrazione dell’obesità nei principali strumenti di programmazione sanitaria, come il Piano della cronicità approvato in Conferenza Stato-Regioni subito dopo, rafforzando a tutti i livelli istituzionali la consapevolezza dell’urgenza di una presa in carico efficace. Un cambio di paradigma che si tradurrà in ulteriori azioni, da campagne di comunicazione e prevenzione in ambito educativo a un migliore e più equo accesso ai percorsi di cura e qualità di vita”.


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