09 Luglio 2026

Liste d'attesa: tempi troppo lunghi per sette italiani su dieci

Lo rivela l'indagine Fnomceo-Piepoli. Dai dati cala anche la fiducia nel Ssn: lo promuove il 52% degli intervistati. Tre anni anni fa era il 54%. Tutti i numeri

Di NS
Liste d'attesa: tempi troppo lunghi per sette italiani su dieci

Le liste d'attesa restano uno spauracchio per gli italiani. Il loro giudizio sui tempi di attesa infatti è severo: quasi sette italiani su dieci li valutano negativamente. Nel Sud e nelle Isole il dato peggiora ulteriormente, con la quota di giudizi positivi che cala al 24%. Ma l’effetto più importante riguarda i comportamenti concreti dei cittadini: quasi sei italiani su dieci dichiarano di aver rimandato o rinunciato a cure o controlli a causa dei tempi di attesa; nel Sud e nelle Isole si arriva a due cittadini su tre. Sono alcuni dei dati emersi dall’indagine Piepoli-Fnomceo e che fanno dire al presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, Filippo Anelli, che “questo è il punto più delicato perché non siamo più soltanto davanti a un problema di liste d’attesa. Siamo davanti a persone che rinviano controlli, rinunciano a prestazioni o escono dal percorso pubblico per cercare una risposta altrove. Quando il bisogno di salute non incontra una risposta tempestiva nel Servizio sanitario nazionale, si crea una frattura di fiducia. E si produce una discriminazione: chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia. È esattamente questo che un sistema universalistico deve evitare”. 
L’indagine, condotta su un campione di mille cittadini italiani maggiorenni nel giugno 2026, mostra che l’80% degli intervistati ha avuto bisogno, direttamente o per un familiare, di una prestazione sanitaria negli ultimi dodici mesi. Il tempo medio di attesa dichiarato supera i due mesi, attestandosi a 2,3 mesi.

 

IL 54% DEI CITTADINI SI SPOSTA SUL PRIVATO
Di fronte a tempi di attesa lunghi, il 54% dei cittadini sceglie prevalentemente di pagare una prestazione privata, in una struttura convenzionata o non convenzionata; solo il 21% aspetta nell’ambito del Ssn, il 9% paga una prestazione intramoenia, il 7% rinuncia alla prestazione, il 6% utilizza il Pronto soccorso e il 3% si reca in un’altra regione.  

LA CARENZA DI EPRSONALE LA PRIMA CAUSA 
L’indagine mostra poi come, secondo gli italiani, la prima causa delle liste d’attesa sia la carenza di medici specialisti e di personale sanitario, indicata tra le cause dal 42% degli intervistati e come causa principale dal 23%. Seguono l’organizzazione inefficiente, al 26%, il mancato adeguamento delle risorse rispetto all’aumento dei bisogni di cura e la carenza di risorse economiche, entrambe al 23%.I cittadini hanno capito che il problema non si risolve cercando un capro espiatorio - sottolinea il presidente Fnomceo - e che le liste d’attesa dipendono prima di tutto dalla capacità di cura del sistema. E la capacità di cura dipende, a sua volta, dai professionisti: servono allora più medici, più infermieri, più professionisti sanitari, più organizzazione, più autonomia, più formazione. Non si recupera fiducia scaricando le responsabilità sui professionisti, ma mettendoli nelle condizioni di curare bene, curare nei tempi, curare tutti”. 

PER L'81% DEGLI ITALIANI LE RISORSE IN SANITÀ NON SONO CRESCIUTE AL PASSO CON L'AUMENTO DEI BISOGNI DI CURA
Anche sulle possibili soluzioni, l’opinione dei cittadini appare netta. L’81% ritiene che le liste d’attesa dipendano dal fatto che le risorse pubbliche per la sanità non siano cresciute al passo dell’invecchiamento della popolazione e dell’aumento dei bisogni di cura. L’80% pensa che il rafforzamento della medicina generale e dei servizi territoriali possa contribuire a ridurre liste d’attesa e ricorso al Pronto soccorso. Tra le misure considerate più efficaci, l’87% indica l’aumento del numero di medici specialisti e personale sanitario nel Ssn, l’84% l’aumento del finanziamento pubblico alla sanità, l’83% il potenziamento della sanità territoriale e dei medici di medicina generale, l’83% il rafforzamento dei controlli sul rispetto dei tempi di erogazione delle prestazioni.   “La risposta - aggiunge Anelli - non può essere fatta di interventi parziali o emergenziali. Serve un piano straordinario per i professionisti della salute. Se vogliamo che gli italiani tornino a scegliere il Servizio sanitario nazionale come primo luogo di cura, dobbiamo prima renderlo capace di accogliere quella domanda di salute. Non basta promettere tempi più brevi: bisogna ricostruire la capacità concreta del sistema di prendersi cura delle persone”. 

CALA LA FIDUCIA NEL SSN
Il Rapporto registra una valutazione complessivamente positiva del SSN da parte della maggioranza degli italiani: lo promuove il 52%. A valutarlo positivamente era invece il 54% solo tre anni fa, nell’indagine dello stesso Istituto Piepoli effettuata nel 2023. Anche qui, però, emerge una frattura territoriale: nel Sud e nelle Isole prevalgono i giudizi negativi, con appena il 44% di valutazioni positive.   

 

 

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