01 Settembre 2026

Italia vecchia e spopolata, l'allarme Istat investe pure la spesa sanitaria

Lo spaccato dell'istituto di statistica sugli andamenti demografici è desolante: i residenti nello Stivale potrebbero crollare a 45 milioni nel 2080. Nel 2050 le coppie senza figli più di quelle con prole. Gli esborsi per la salute dovranno sbilanciarsi su cronicità, long term care e assistenza domiciliare integrata

Di U.S.V.
Italia vecchia e spopolata, l'allarme Istat investe pure la spesa sanitaria

Sappiamo bene che l’Italia non è un Paese per giovani. Ma di questo passo rischia di diventare un Paese per nessuno. Crollo delle nascite, residenti sempre più anziani e, soprattutto, sempre di meno. E poi la diminuzione delle persone attive rispetto al numero dei pensionati (nel 2050 possibile il rapporto di uno a uno). Il pericolo spopolamento, nel giro di 20-30 anni, potrebbe sconvolgere la prospettiva. E lo tsunami riguarderà inevitabilmente anche la spesa sanitaria che dovrà sbilanciarsi soprattutto sulle cronicità, sulla long term care e sull’assistenza domiciliare integrata. Ma dovrà puntare al contempo sulla prevenzione e sostenere, per la sua parte, gli obiettivi di invecchiamento attivo.

I numeri Istat sulla popolazione residente, sulle famiglie e sulla forza lavoro riguardano il futuro, ma suonano un campanello d’allarme che va ascoltato oggi. Secondo lo scenario mediano, la popolazione passerà da 58,9 milioni al primo gennaio 2025 a 58,7 milioni nel 2030, 55 milioni nel 2050 e crollerà a 45,8 milioni nel 2080. Stando all’istituto di statistica, “la diminuzione della popolazione rappresenta un risultato praticamente certo: già nel medio periodo nessuno degli scenari considerati prospetta un ritorno agli attuali livelli di popolazione e, nel lungo termine, il calo risulta confermato in tutte le possibili evoluzioni demografiche”. Non basta nemmeno l’immigrazione a compensare l’emorragia, d’altronde le nascite sono in picchiata: nello scenario mediano si manterranno intorno a quota 355mila l’anno fino al 2030 e scenderanno a 335mila nel 2050, per poi crollare a 281mila nel 2080. Per Istat, “il saldo naturale rimarrà negativo durante tutto il periodo. Si passa da circa -296mila nel 2025 a -353mila nel 2030, fino a raggiungere un livello apicale di -570mila nel 2059. In nessun caso le nascite eguaglieranno i decessi”.

Per quanto riguarda appunto i movimenti migratori, gli ingressi passano da circa 432mila nel 2025 a 423mila nel 2030, per poi ridursi a 372 mila nel 2050 e risalire a 404mila nel 2080. Gli emigrati verso l’estero si attestano invece intorno a 144mila nel 2025, 176mila nel 2030, 169mila nel 2050 e 183mila nel 2080. Il saldo migratorio rimane positivo lungo tutto l’orizzonte previsivo: da circa 296mila persone nel 2025 scende a 247mila nel 2030 e a 204mila nel 2050, per poi tornare a crescere fino a 221mila nel 2080. Tuttavia, secondo Istat, “il contributo migratorio non compensa le perdite derivanti dal saldo naturale negativo, neanche negli anni in cui il saldo migratorio raggiunge livelli più elevati”.

L’impatto di cui la sanità deve tener conto, ovviamente, riguarda il sicuro invecchiamento della popolazione. Nel breve periodo (2025-2030), l’età media aumenta da 46,9 a 48 anni, mentre la quota di persone con almeno 65 anni passa dal 24,7% al 27,2%. La popolazione di 15-64 anni scende dal 63,4% al 62,1%, mentre i giovani fino a 14 anni scendono dall’11,9% al 10,7%. Nel medio periodo (2030-2050) il transito delle generazioni del baby boom nelle età anziane raggiunge la massima intensità. L’età media supera i 51 anni, gli over 65 arrivano al 34,5% del totale e la quota di 15-64enni si riduce al 55,3%. Per Istat “è in questa fase che il riequilibrio tra le diverse classi di età appare più difficile, con un progressivo restringimento della base della popolazione in età attiva”. Nel lungo periodo (2050-2080) il processo di invecchiamento prosegue, ma con ritmi più contenuti. L’età media raggiunge 52,1 anni e la quota di ultrasessantacinquenni si stabilizza intorno al 36,8%. La popolazione in età lavorativa continua a diminuire, attestandosi al 53,2%, mentre i giovani sotto i 15 rimangono grossomodo al 10% del totale.

Chiaramente questo porterà a un aumento delle cronicità, con una spesa sempre più orientata alla prevenzione e alla cura delle malattie cardiovascolari, neurologiche, oncologiche. Secondo Istat, infatti, “significativo” è l’incremento dei grandi anziani. La popolazione di 85 anni e più passa dal 4,1% del 2025 al 4,4% nel 2030, supera il 7,0% nel 2050 e raggiunge l’8,4% nel 2080. Per l’istituto “si tratta della componente più esposta a bisogni assistenziali e sanitari, il cui incremento rappresenta una delle principali sfide per il sistema di welfare e per l’organizzazione dei servizi sociosanitari”. La restrizione della base di popolazione attiva (15-64 anni) sarà causa e conseguenza assieme del sorpasso, per cui nel 2050 le coppie senza figli saranno più di quelle con figli. In base alle ipotesi dello scenario mediano, il numero delle coppie con figli è destinato a diminuire: dagli attuali 7,5 milioni, pari al 28,1% del totale – meno di tre famiglie su 10 – scende a 5,8 milioni nel 2050 (-22,3%), quando arrivano a rappresentare appena il 21,1% delle famiglie, poco più di una su cinque. La riduzione interesserà sia le coppie con almeno un figlio di età fino a 19 anni, che perderanno oltre 1 milione di unità (-22,0%), sia di quelle in cui tutti i figli hanno dai 20 anni in su (-22,8%). Le coppie senza figli, al contrario, registrano un aumento, passando da 5,4 milioni nel 2025 a 5,9 milioni nel 2050 (+8,8%). La loro incidenza sul totale delle famiglie sale così al 21,4%. Istat riflette: “Un andamento che riflette sia la maggiore frequenza di coppie che non hanno figli o ne posticipano la nascita sia l’invecchiamento della popolazione: con l’uscita dei figli dalla famiglia di origine, infatti, molte coppie anziane vanno a costituire il cosiddetto ‘nido vuoto’”.

“La futura contrazione delle coppie con figli dipende – per l’ente statistico – in parte dai previsti livelli di fecondità ma anche da elementi strutturali, come la progressiva riduzione delle generazioni in età riproduttiva, conseguenza della bassa natalità del passato, e il rinvio della formazione della famiglia e della nascita dei figli a età più avanzate. Si innesca così un processo cumulativo: generazioni meno numerose danno origine, a loro volta, a un numero più contenuto di nuove famiglie con figli, anche nell’ipotesi in cui la fecondità non dovesse diminuire”.



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