14 Settembre 2026

La forza di crederci e lo smash di Zverev contro il diabete

Il tennista tedesco, affetto dalla patologia di tipo 1 da quando aveva 4 anni, conquista anche gli Us Open e mostra al mondo che non esistono soffitti di cristallo. La Sid: "Si può correre, vincere, arrivare ovunque". In Parlamento una legge punta sull'esercizio fisico per la prevenzione e la terapia

Di NS
Foto da profilo Instagram ufficiale
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“Mio figlio sarà chiunque voglia essere. Se vuole fare il tennista, farà il tennista”. È stato questo il pensiero fisso di mamma Irina d fronte a quella che era sembrata una sentenza inappellabile: il figlio, all’età di 4 anni, si era visto diagnosticare il diabete di tipo 1 e per i medici avrebbe avuto una vita e un’attività fisica molto limitate.

E invece quel bambino è diventato Alexander Zverev, il tennista tedesco di Amburgo, ma di origini russe, che ieri ha vinto gli Us Open a New York, il suo secondo slam dell’anno in una stagione fantastica, probabilmente inattesa fino a qualche mese fa, alle soglie dei 30 anni. Zverev è diventato da tempo un simbolo della capacità di andare oltre i propri limiti, di credere nei propri sogni con tenacia e perseveranza. Un esempio anche in termini di spirito di sacrificio e disciplina per la sua capacità di gestire la malattia nel quadro di una routine fatta di duri allenamenti, continui viaggi, impegni fittissimi, enorme esposizione mediatica e fortissima pressione psicologica.

Mamma Irina ci ha sempre creduto, perché il diabete non può definire la vita di una persona, non va considerato un limite. Eppure, quando sei solo un bambino spaventato, hai bisogno di tanta solidità e supporto, di una ‘madre forte’ al tuo fianco. Il resto lo fanno i medici e i progressi della terapia e dei sistemi di monitoraggio.

"La storia di Sascha Zverev e di sua madre Irina è la fotografia più bella di ciò che la Sid sostiene da anni: il diabete tipo 1 non è un soffitto di cristallo dal quale farsi sovrastare e limitare, ma una condizione con cui si può correre, vincere, arrivare ovunque. Le parole di quella mamma dovrebbero essere scritte nella sala d'attesa di ogni centro di diabetologia pediatrica in Italia, perché la paura della diagnosi non diventi mai la misura della vita di un bambino”, commenta la professoressa Raffaella Buzzetti, presidente Società italiana di diabetologia. E aggiunge: “Un campione di vita, prima ancora che di sport, come Zverev non rappresenta solo un baluardo contro limiti, ormai anacronistici, ma ricorda anche forte e chiaro quanto l’attività sportiva rappresenti un must, un pilastro del trattamento contro tutte le malattie croniche, diabete in primis”.

Un concetto che è arrivato anche sui banchi della politica con il disegno di legge 287 (primo firmatario la senatrice Daniela Sbrollini) che propone di introdurre l'esercizio fisico strutturato come strumento di prevenzione e terapia all'interno del Servizio sanitario nazionale. Tradotto in pratica, nel caso in cui venisse tradotto in legge, l’attività motoria verrebbe riconosciuta come mezzo per tutelare il diritto alla salute, per prevenire e curare le patologie corniche non trasmissibili e come tale potrebbe essere prescritta da personale medico qualificato, in ricetta, come un farmaco, detraibile dalle tasse.

“Il ddl 287 va esattamente nella direzione che la comunità diabetologica chiede da tempo: trattare l’attività fisica strutturata non come un consiglio generico di buon senso, ma come una prescrizione vera e propria, con pari dignità rispetto a un farmaco – conclude la presidente Sid – Chi vive con il diabete lo sa bene: l'attività fisica strutturata abbassa la glicemia, protegge il cuore e i reni, allunga e migliora la vita. Riconoscerla per legge significa finalmente allineare la sanità pubblica a ciò che la scienza dimostra da decenni".

 

 

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