Prevenzione, solo il 40% degli italiani aderisce agli screening oncologici
Sono 16 milioni le persone invitate a sottoporsi ai test. Pesano ancora le differenze territoriali anche se il trend delle diseguaglianze regionali migliora. I dati del ministero della Salute
Migliora il trend delle disuguaglianze tra regioni sul piano della prevenzione, ma sugli screening oncologici i numeri rivelano come l’adesione ai test sia ancora bassa. A fornire i dati, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sull’attuazione dei Lea, in commissione Affari sociali della Camera, è stato il direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, Sergio Iavicoli, che si è soffermato anche sulle cause della mancata partecipazione ai test.
“Il trend delle disuguaglianze è in miglioramento per gli indicatori core della prevenzione. Il numero di regioni, cioè, che non raggiungono il cut-off di sufficienza si è andato a ridurre”, ha detto Iavicoli.
LA PLATEA E LE ADESIONI
Tuttavia, ad aderire agi screening sono soltanto 6,48 milioni di soggetti a fronte di 16 milioni di inviti: "Nella fascia prevista dai Livelli essenziali di assistenza, invitiamo 16 milioni di persone a effettuare gli screening oncologici. Di queste, solo 6,48 milioni effettuano i test”.
Iavicoli ha ricordato quindi l’ampliamento della popolazione target per lo screening mammografico e per quello colon-rettale voluto dal ministro Schillaci nella scorsa legge di Bilancio e ha anche fornito gli ultimi dati a disposizione del Ministero. Cosa dicono i numeri? “Per lo screening mammografico, nel ’24, sono state invitate 4,08 milioni di donne tra i 50 e i 69 anni, con un'adesione del 53,8% e con un trend in aumento, anche se non mancano variabilità regionali. Per lo screening del tumore della cervice, l'adesione si attesta intorno al 42%, mentre per lo screening colorettale è ancora più bassa, pari al 35,8%". “Sono dati - ha aggiunto - che indicano la necessità di lavorare sulla cause per comprendere il fenomeno della mancata adesione”.
LE CAUSE
“Pesano ad esempio la percezione del rischio, l'alfabetizzazione sanitaria, la fiducia nei servizi e le barriere logistiche, amministartive culturali e su questo - ha concluso - si sta lavorando”.
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