28 Settembre 2026

Un bambino obeso su tre ha il fegato grasso

Se non trattato decuplica il rischio di diabete di tipo 2. Ma aumentano anche le malattie intestinali croniche. Per tutte l'alimentazione è decisiva. Se ne è discusso al congresso Sigenp

Di NS
Un bambino obeso su tre ha il fegato grasso

Un bambino su tre con obesità o sovrappeso ha il fegato grasso. Se non trattato, decuplica il rischio di diabete di tipo 2 e da adulto può portare fino al trapianto di fegato. Aumentano anche le malattie intestinali croniche, e per tutte l'alimentazione è imprescindibile. La nutrizione enterale esclusiva resta la prima terapia per la malattia di Chron e sono allo studio diete a base di cibi solidi più accettabili per gli adolescenti.

Il congresso nazionale Sigenp (Società italiana di gastroenterologia epatologia e nutrizione pediatrica) si è focalizzato, tra l’altro, sulla dieta come terapia, il cibo come cura e non come semplice prevenzione. Oggi sono state messe a confronto due condizioni in crescita tra i piccoli: il fegato grasso, appunto, complicanza diretta dell'obesità, e le già citate malattie infiammatorie croniche intestinali, Crohn e pure la colite ulcerosa.

La steatosi epatica – oggi indicata con la sigla Masld – riguarda il 2-3% della popolazione pediatrica e circa un terzo dei bambini con sovrappeso o obesità: è la più comune malattia del fegato in età pediatrica. Cresce di pari passo con l'obesità, alla quale è strettamente legata. E nella grande maggioranza dei casi non dà sintomi. Non per questo è innocua: una steatosi non trattata decuplica il rischio cardiovascolare e di diabete già in giovane età e in età adulta può evolvere verso la cirrosi, fino al trapianto di fegato. Per questo la diagnosi precoce, oggi possibile con tecniche non invasive, è il primo passo.

Nessun medicinale approvato, ad oggi, ma intanto la ricerca corre. Il punto fermo lo ha messo Emanuele Nicastro (Università dell'Insubria, Ospedale Del Ponte di Varese): “Ad oggi nessun farmaco è approvato specificamente per la steatosi in età pediatrica, e lo stile di vita da solo, per molti bambini, non basta. La ricerca però sta cambiando passo, passando da approcci empirici a terapie mirate ai meccanismi della malattia”.

Il ponte più immediato sono i farmaci dell'obesità, gli analoghi del Glp-1: negli adolescenti con obesità la semaglutide ha ridotto l'indice di massa corporea del 16% contro lo 0,6% del placebo, e negli adulti con steatoepatite ha fatto regredire l'infiammazione nel 63% dei casi contro il 34%, migliorando anche la fibrosi. L'Ema ha già avviato un piano di sviluppo pediatrico dagli 8 anni. Ma i limiti sono netti, ha avvertito Nicastro: mancano dati di sicurezza a lungo termine negli adolescenti, il peso tende a tornare alla sospensione, i farmaci non sono rimborsati in età pediatrica – con il rischio di creare disparità tra famiglie – e va sorvegliato il rischio di disturbi del comportamento alimentare.

Sull'altro fronte, le malattie infiammatorie croniche intestinali colpiscono 1-2 bambini ogni 100mila e sono in aumento, soprattutto nei Paesi occidentali, in relazione agli stili di vita e all'uso eccessivo di antibiotici nei primi anni di vita; l'esordio è più frequente tra i 10 e i 12 anni. Come ha spiegato Massimo Martinelli (Centro di riferimento regionale per le Mici, Università Federico II di Napoli) la nutrizione è già una terapia consolidata: “Per indurre la remissione nel Crohn del bambino la prima scelta resta la nutrizione enterale esclusiva: per alcune settimane una formula nutrizionale completa sostituisce tutti gli alimenti, spegnendo l'infiammazione senza cortisone. In una coorte nazionale di 649 bambini con nuova diagnosi di Crohn, il 77% l'ha seguita. Il problema è l'aderenza, difficile soprattutto per gli adolescenti: per questo si stanno affermando diete a base di cibi solidi, come la Crohn's Disease Exclusion Diet, che nelle forme lievi-moderate offrono un'alternativa più accettabile”.

I farmaci biologici non sostituiscono la dieta, ma la integrano: nei pazienti a rischio più alto la nutrizione enterale si affianca alla terapia anti-Tnf. Con una cautela, ha sottolineato Martinelli: nel mantenimento le diete restrittive vanno maneggiate con prudenza, perché le prove a lungo termine sono limitate e una restrizione protratta può aumentare il rischio di disturbi del comportamento alimentare. Meglio un'alimentazione varia e sana, seguita da un dietista esperto in Mici.

 

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