Un bambino obeso su tre ha il fegato grasso
Se non trattato decuplica il rischio di diabete di tipo 2. Ma aumentano anche le malattie intestinali croniche. Per tutte l'alimentazione è decisiva. Se ne è discusso al congresso Sigenp
Un bambino su tre con obesità o sovrappeso ha il fegato grasso. Se non trattato, decuplica il rischio di diabete di tipo 2 e da adulto può portare fino al trapianto di fegato. Aumentano anche le malattie intestinali croniche, e per tutte l'alimentazione è imprescindibile. La nutrizione enterale esclusiva resta la prima terapia per la malattia di Chron e sono allo studio diete a base di cibi solidi più accettabili per gli adolescenti.
Il congresso nazionale Sigenp (Società italiana di gastroenterologia epatologia e nutrizione pediatrica) si è focalizzato, tra l’altro, sulla dieta come terapia, il cibo come cura e non come semplice prevenzione. Oggi sono state messe a confronto due condizioni in crescita tra i piccoli: il fegato grasso, appunto, complicanza diretta dell'obesità, e le già citate malattie infiammatorie croniche intestinali, Crohn e pure la colite ulcerosa.
La steatosi epatica – oggi indicata con la sigla Masld – riguarda il 2-3% della popolazione pediatrica e circa un terzo dei bambini con sovrappeso o obesità: è la più comune malattia del fegato in età pediatrica. Cresce di pari passo con l'obesità, alla quale è strettamente legata. E nella grande maggioranza dei casi non dà sintomi. Non per questo è innocua: una steatosi non trattata decuplica il rischio cardiovascolare e di diabete già in giovane età e in età adulta può evolvere verso la cirrosi, fino al trapianto di fegato. Per questo la diagnosi precoce, oggi possibile con tecniche non invasive, è il primo passo.
Nessun medicinale approvato, ad oggi, ma intanto la ricerca corre. Il punto fermo lo ha messo Emanuele Nicastro (Università dell'Insubria, Ospedale Del Ponte di Varese): “Ad oggi nessun farmaco è approvato specificamente per la steatosi in età pediatrica, e lo stile di vita da solo, per molti bambini, non basta. La ricerca però sta cambiando passo, passando da approcci empirici a terapie mirate ai meccanismi della malattia”.
Il ponte più immediato sono i farmaci dell'obesità, gli analoghi del Glp-1: negli adolescenti con obesità la semaglutide ha ridotto l'indice di massa corporea del 16% contro lo 0,6% del placebo, e negli adulti con steatoepatite ha fatto regredire l'infiammazione nel 63% dei casi contro il 34%, migliorando anche la fibrosi. L'Ema ha già avviato un piano di sviluppo pediatrico dagli 8 anni. Ma i limiti sono netti, ha avvertito Nicastro: mancano dati di sicurezza a lungo termine negli adolescenti, il peso tende a tornare alla sospensione, i farmaci non sono rimborsati in età pediatrica – con il rischio di creare disparità tra famiglie – e va sorvegliato il rischio di disturbi del comportamento alimentare.
Sull'altro fronte, le malattie infiammatorie croniche intestinali colpiscono 1-2 bambini ogni 100mila e sono in aumento, soprattutto nei Paesi occidentali, in relazione agli stili di vita e all'uso eccessivo di antibiotici nei primi anni di vita; l'esordio è più frequente tra i 10 e i 12 anni. Come ha spiegato Massimo Martinelli (Centro di riferimento regionale per le Mici, Università Federico II di Napoli) la nutrizione è già una terapia consolidata: “Per indurre la remissione nel Crohn del bambino la prima scelta resta la nutrizione enterale esclusiva: per alcune settimane una formula nutrizionale completa sostituisce tutti gli alimenti, spegnendo l'infiammazione senza cortisone. In una coorte nazionale di 649 bambini con nuova diagnosi di Crohn, il 77% l'ha seguita. Il problema è l'aderenza, difficile soprattutto per gli adolescenti: per questo si stanno affermando diete a base di cibi solidi, come la Crohn's Disease Exclusion Diet, che nelle forme lievi-moderate offrono un'alternativa più accettabile”.
I farmaci biologici non sostituiscono la dieta, ma la integrano: nei pazienti a rischio più alto la nutrizione enterale si affianca alla terapia anti-Tnf. Con una cautela, ha sottolineato Martinelli: nel mantenimento le diete restrittive vanno maneggiate con prudenza, perché le prove a lungo termine sono limitate e una restrizione protratta può aumentare il rischio di disturbi del comportamento alimentare. Meglio un'alimentazione varia e sana, seguita da un dietista esperto in Mici.
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