15 Aprile 2026

Il governo cerca lo sprint finale. Ma sulla sanità è ancora ai blocchi

Dopo la sconfitta referendaria, Meloni e i suoi puntano molto sul comparto salute per risalire la china. Eppure i risultati latitano su spesa, liste d'attesa e riforme. Va meglio sui contratti. Ecco le sfide aperte a un anno dal voto

Di Ulisse Spinnato Vega
Il governo cerca lo sprint finale. Ma sulla sanità è ancora ai blocchi

Manca poco più di un anno alle prossime Politiche e il governo cerca la ripartenza per l’ultimo sprint dopo la sconfitta referendaria. Ma come procede l’azione dell’esecutivo sulla sanità? È chiaro che da questo delicatissimo settore passa buona parte delle chance del centrodestra di rimanere nelle stanze dei bottoni: l’imperativo è allora ritrovare slancio sui dossier e gli obiettivi chiave, facendo percepire ai cittadini una svolta, o quantomeno miglioramenti concreti, nella qualità delle cure e dei presidi della salute.

SSN: IN CALO LA SPESA SUL PIL
La premier Giorgia Meloni, non a caso, ha dedicato al comparto alcuni passaggi importanti della sua solenne informativa in Parlamento di sei giorni fa. Innanzitutto ha rivendicato di averci messo i soldi, portando “il Fondo sanitario nazionale al livello più alto di sempre: 143 miliardi nel 2026, 17 miliardi di più in rispetto all’insediamento”. Se però si mettono da parte i numeri assoluti e si guarda all’andamento della spesa in relazione alla ricchezza nominale prodotta dal Paese, allora la musica cambia. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha certificato che negli ultimi 12 anni gli esborsi per il Ssn sono calati dal 6,6% al 6,3% del Pil. Nell’Ue la copertura pubblica raggiunge l’80% della spesa totale, mentre in Italia si ferma al 73%. Insomma, le risorse per la salute sono in declino e peraltro continuano a essere gestite non al meglio: così, ad esempio, mentre gli infermieri lamentano una scarsa valorizzazione economica delle loro competenze, le misure adottate dall’esecutivo non riescono a frenare il fenomeno dei gettonisti che solo nell’ultimo anno sono costati 460 milioni di euro, sempre secondo l’Upb.

LA SPINTA SUI CONTRATTI
Certo, qualche buona nuova arriva dai contratti, al netto di fondi, già stanziati fino al 2030, che gran parte dei sindacati del comparto sanitario giudica insufficienti a recuperare la bolla inflattiva degli anni 2022-2023. Per di più, pesa il rischio di un’altra impennata duratura dei prezzi, correlata alla guerra in Medio Oriente e alle tensioni nel Golfo Persico. In ogni caso, si sta per ripartire sulla tornata 2025-2027 e l’obiettivo a questo punto è quello di chiudere finalmente un accordo prima della fine del triennio di riferimento. Certo, le sfide aperte non mancano, alcune molto difficili, a partire dalla necessità di dare finalmente sostanza all’Area delle elevate qualificazioni.

IL BUCO DELLE LISTE D’ATTESA
Tuttavia, il nodo che toglie il sonno a Meloni è un altro: le liste d’attesa. Qui la ripartenza del governo ha piuttosto le sembianze del passo del gambero. La presidente del Consiglio sa che si tratta di un tema sensibilissimo per i cittadini e in Parlamento ha dovuto ammettere che “per molti italiani i tempi restano troppo lunghi, l’accesso troppo difficile, le differenze territoriali ancora troppo marcate e questo non è accettabile”. Non solo. Nonostante la piena operatività della Piattaforma nazionale delle liste di attesa (Pnla) che fa capo ad Agenas e che il governo ha sbandierato per mesi come soluzione chiave, la leader di FdI in Aula ha spiegato: “Avremo presto i dati del sistema di monitoraggio sull’andamento delle liste d’attesa, regione per regione, prestazione per prestazione, e questo ci consentirà finalmente di intervenire in modo mirato ed efficace”. Frasi che dimostrano come il nuovo database non abbia ad oggi portato i frutti attesi. La svolta sperata, insomma, non si vede e non esiste ancora la possibilità di una valutazione precisa rispetto ai tempi medi di attesa per ciascuna erogazione e per classe di priorità. Anzi le Regioni, persino quelle più virtuose, ammettono difficoltà e chiedono all’esecutivo più risorse per incrementare gli output, un occhio di attenzione al tema dell’appropriatezza prescrittiva e, in generale, un reale “governo della domanda”.

AL PALO LA DELEGA SULLA RIFORMA DEL SSN
Poi ci sono i progetti di legge governativi dalle ambizioni quasi palingenetiche che invece si sono arenati in Parlamento. Per esempio, la legge delega sulla riorganizzazione del Ssn e il potenziamento dell’assistenza territoriale: varata di gran carriera a gennaio scorso, è pressoché ferma in commissione Sanità al Senato, dove era arrivata soltanto il 3 marzo. Visti i tempi stretti della legislatura, sembra difficile che il testo possa beneficiare dell’accelerazione che servirebbe per un via libera da entrambe le Camere e dunque per l’approvazione definitiva entro la chiusura prima del voto. Peraltro, il provvedimento viaggia alquanto a fari spenti anche in ragione delle polemiche che ne investono diversi aspetti, dalla carenza di risorse (si limitano a 30 milioni assegnati dall’ultima legge di Bilancio per la sperimentazione 2026 degli ospedali di terzo livello) alla genericità della delega, fino alle perplessità istituzionali per il mancato coinvolgimento preliminare delle Regioni, con le quali bisogna sempre fare i conti quando si parla di sanità.  

ARENATO IL DDL PROFESSIONI SANITARIE
Ma c’è un’altra delega che dovrebbe arrivare al traguardo con i decreti attuativi entro l’anno, eppure ancora sembra invischiata nelle sabbie mobili parlamentari. Si tratta del ddl di riordino delle professioni sanitarie, che punta a ripensare ruoli e figure nel comparto. I punti cruciali includono la revisione della responsabilità penale, la valorizzazione del know-how, la formazione specialistica e l'introduzione di un sistema di certificazione delle competenze. Malgrado ciò, se ne è parlato pochissimo, al di là del tema caldo del cosiddetto ‘scudo penale’. Pure in questo caso c’è chi recrimina per una delega troppo vaga, che lascia eccessiva discrezionalità al governo in sede di scrittura dei decreti legislativi. E anche qui pesa il nodo risorse, dato che i soldi restano lo strumento chiave, per quanto non esclusivo, di valorizzazione delle professionalità e del merito. Il testo, varato dal Cdm nel settembre scorso, è fermo da dicembre, in prima lettura, dalle parti della commissione Affari sociali di Montecitorio. Difficile possa giungere a meta entro la fine della legislatura.

CAREGIVER E PNRR, PASSO DI LUMACA
A inizio anno l’esecutivo aveva pure approvato il ddl per il riconoscimento e supporto ai caregiver. Il testo introduce tutele previdenziali, sostegno psicologico e un contributo economico fino a 400 euro mensili per chi assiste familiari non autosufficienti. Tuttavia le norme sono incagliate, anch’esse, in Affari sociali, alla Camera. Peraltro, la discussione era partita solo il 3 marzo scorso. Meglio non toccare, infine, il tasto Pnrr. Quando mancano pochi mesi alla chiusura del piano, fissata al prossimo 30 giugno, la Missione 6, dedicata alla Salute, vede i pagamenti ancora al 46% (6,8 miliardi su 15,6 totali) secondo accreditate analisi indipendenti. Il ritardo è diffuso sulle Case di comunità e comunque manca la maggioranza del personale che dovrebbe animarle, a partire dai 20mila infermieri di famiglia e comunità. Insomma, il nuovo slancio dell’azione di governo ancora non si vede, almeno sulla sanità. Anzi, il passo pare più quello della lumaca, anche se la sabbia nella clessidra è ormai agli sgoccioli.      

 

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