"Dalle liste d'attesa al piano assunzioni, un pugno di mosche in mano"
Dopo quattro anni di governo Meloni, Malavasi (Pd) traccia un bilancio e a Nursind Sanità dice: "Anche sui finanziamenti solo propaganda. Mentre sono aumentate disuguaglianze e bisogni di cura"
"Dopo quattro anni dall'insediamento del governo cade la maschera, ci ritroviamo con un pugno di mosche, nessun finanziamento strutturale, liste di attesa lunghissime, nessun piano di assunzioni e intanto sono aumentate le disuguaglianze territoriali e i bisogni di cure". Dopo aver raccontato quali sono i dossier di politica sanitaria ancora aperti a un anno dal voto, Nursind Sanità ha interpellato Ilenia Malavasi, deputata Pd e capogruppo in commissione Affari sociali.
Partiamo dalle risorse con l'esecutivo che rivendica un aumento del Fondo sanitario.
Il governo ha provato a usare la sanità come tema prioritario, facendo leva sul fatto che il finanziamento sul piano nominale è aumentato, ma è diminuito in percentuale rispetto al Pil e su questo c'è stata una grande propaganda, che si scontra però con la realtà. Nel frattempo, hanno aumentato il finanziamento alla sanità privata e accreditata, senza risolvere nessuno dei nodi critici della sanità pubblica. Le risorse non sono adeguate rispetto ai bisogni e ai costi crescenti.
Poi c'è il capitolo della carenza di personale, in particolare degli infermieri.
È un punto molto critico, su cui è stato annunciato un piano di assunzioni dal ministro Schillaci che è poi sparito dall'agenda politica e dalla legge di Bilancio.
Il governo ha messo in campo diversi provvedimenti, uno dei principali è quello per ridurre le liste di attesa. Sì, ma il decreto non è stato del tutto attuato, manca un decreto attuativo molto importante, quello che definisce i criteri per la programmazione del personale che serve appunto a ridurre le liste. E intanto il governo ha continuato a comprare prestazioni nel privato. In più la piattaforma nazionale non funziona: si trovano i dati nazionali, ma non sono indicati per regioni e strutture, non è trasparente e non è leggibile per i cittadini, come il governo aveva promesso.
Che prospettive ci sono per i provvedimenti attualmente in commissione Affari sociali della Camera?
Abbiamo le professioni sanitarie e i caregiver. Sul primo provvedimento abbiamo presentato gli emendamenti, stiamo aspettando i pareri del governo per iniziare a votare. Nel merito abbiamo alcune perplessità sul fatto che non ci siano risorse aggiuntive. Una legge di riordino delle professioni può essere utile per migliorare la formazione, valorizzare le professioni dal punto di vista economico ma servirebbero incentivi e quindi risorse, ovviamente mancanti. Il provvedimento ha iniziato l'iter alla Camera e deve andare ancora in Senato, quindi i tempi sono stretti.
Poi c'è il ddl sui caregiver in Commissione da marzo. A che punto è l'esame?
Sui caregiver siamo agli emendamenti, ne sono stati presentati 240, di cui una trentina della maggioranza. È una legge che ha fatto molto discutere, credo che sia una priorità per il governo ma ne ritengo sbagliata l'impostazione. Sarebbe la prima legge sui caregiver, anche se il fondo risale alla legge di Bilancio del 2018, ma ha molti punti di debolezza, perché prevede tutele solo per una piccola parte di caregiver e ha un bassissimo finanziamento.
Di che realtà parliamo nel nostro Paese?
Sono circa 7 milioni i caregiver, ma a beneficiare delle legge saranno circa 60mila. Gli unici a essere tutelati rischiano di essere i conviventi, che fanno più di 90 ore settimanali di assistenza, che sono tante, senza poter lavorare, visto che è previsto un reddito massimo di 3.000 euro. Questa legge, che dovrebbe riconoscere un ruolo di assistenza ad una figura centrale del nostro welfare, così diventa un bonus contro la povertà per le persone che assistono. E rischia di essere una legge contro le donne, perché sono loro spesso a rinunciare al lavoro, ma su questo aspetto non c'è niente: non si parla di contributi figurativi o pensionamento anticipato.
Abbiamo passato in rassegna tutti i principali provvedimenti in itinere, tranne la riforma del Ssn che, però, è all’esame del Senato. Pensa che vedrà la luce?
Quella è una proposta inaccettabile, noi sosteniamo la richiesta delle Regioni di rivedere completamente l'impianto della delega che parla solo di ospedali. Non c'è nulla su prevenzione e medicina territoriale, è molto vaga e non ha risorse. Chiediamo il ritiro di una riforma che non può vedere la luce senza il coinvolgimento del Parlamento, degli operatori del settore, delle Regioni. Diciamolo chiaro: siamo di fronte al tentativo di una contro riforma mascherata della legge 833 (quella istitutiva del Ssn, ndr).
Cosa altro chiede e propone il Pd?
Abbiamo fatto diverse proposte. Sul finanziamento del Servizio sanitario nazionale dobbiamo arrivare al 7% sul Pil che è la media europea, poi serve un vero piano di assunzioni e bisogna portare le retribuzioni a livelli adeguati, a partire dagli infermieri che guadagnano meno della media europea. Oltre a riconoscere il lavoro usurante degli Oss che è un tema di cui si parla troppo poco. Tutto questo perché le professioni sanitarie devono essere autorevoli e attrattive, altrimenti rischiamo di creare grandi strutture con i fondi del Pnrr senza avere personale per farle funzionare. E poi indicherei altri due settori chiave sui quali investire e cioè prevenzione e salute mentale.