04 Maggio 2026

"Promesse tradite e soltanto briciole dal Dfp"

Castellone (M5s) critica le politiche sanitarie del governo e a Nursind Sanità spiega: "Venivamo da risorse importanti stanziate nella stagione del Covid. Eppure siamo indietro sui progetti Pnrr mentre l'unico investimento che doveva fare il governo era sul personale e non l'ha fatto"

Di Marta Tartarini
"Promesse tradite e soltanto briciole dal Dfp"

"Il bilancio di questa legislatura è molto negativo, lo dicono i numeri che sono impietosi, 6 milioni di italiani rinunciano a curarsi, due anni fa erano 4 milioni, quindi l'accesso al diritto alla salute non è garantito a tutti, in particolare al Sud. Le promesse sono state tradite, le riforme che cercano di far passare in Parlamento non sono risolutive e per ultimo nel Documento di finanza pubblica si certifica che alla sanità arrivano le briciole". Sintetizza così il suo giudizio sulle politiche sanitarie del governo Mariolina Castellone, capogruppo del M5s in commissione Affari sociali e Sanità del Senato e vicepresidente di Palazzo Madama, interpellata da Nursind Sanità nell’ambito del focus sui dossier di politica sanitaria ancora aperti a un anno dal voto.

Quali sarebbero le promesse tradite?
Penso a come è iniziata la legislatura: venivamo da risorse importanti, stanziate nella stagione del Covid, e soprattutto quelle del Pnrr che, con la Missione 6 e i suoi quasi 16 miliardi, doveva rafforzare il pilastro più fragile, quello della medicina territoriale con la creazione delle Case di comunità e la digitalizzare il servizio sanitario.

Il processo di digitalizzazione della sanità a che punto è?
Eravamo molto indietro rispetto ad altri Paesi e lo siamo ancora: il Fascicolo sanitario e la cartella clinica elettronica sono realtà poco diffuse e non sviluppate appieno.

Sul fronte della spesa dei fondi Pnrr quale bilancio si può trarre?
Intanto diciamo che quei fondi, ottenuti dal presidente Conte, erano finalizzati alle infrastrutture, ma questa maggioranza non è riuscita a portare a termine quel progetto. Sulle 1.300 Case di comunità, pensate per essere aperte 24 su 24 e fare da filtro reale con gli ospedali, siamo in grandissimo ritardo. Al momento solo 65 sono attive e nessuna al Sud. L'unico investimento che doveva fare il governo, per evitare di creare scatole vuote, era quello sul personale, perché questa spesa non poteva rientrare nelle regole del finanziamento europeo del Pnrr, e non lo ha fatto.

Quello della carenza del personale è però un problema cronico, come risolverlo?
Intanto, togliendo il blocco alle assunzioni di personale che ancora vige, legato a parametri del 2004. Noi in tutti i provvedimenti che arrivano in Parlamento chiediamo di liberare le Regioni da quei limiti, che sono ancora più stringenti per le amministrazioni in piano di rientro. Quindi bisogna assumere nuovo personale e pagarlo meglio.

Sul fronte dei medici il governo rivendica la riforma dell'accesso alla Facoltà di medicina per aumentare i giovani medici. 
Raccontano la storia che modificando l'accesso all'università risolviamo il problema, ma non dicono che abbiamo il numero di medici per abitante più alto d'Europa: 4,2 contro i 3,7 in Europa. Il problema è un altro: i medici scappano dal pubblico perché non fanno carriera, hanno turni massacranti, addirittura vengono aggrediti se operano nei pronto soccorso, quindi perché dovrebbero restare?

Poi c'è la realtà degli infermieri. Cosa proponete per avvicinare i giovani a questa professione?
Ne mancano 70mila e anche qui c'è un problema di retribuzioni, perché parliamo di figure che entrano al lavoro e vanno in pensione praticamente con lo stesso stipendio, che è tra i più bassi in Europa. Bisognerebbe intervenire nei settori più insofferenza come i reparti di emergenza e urgenza dove sono state fatte misure tampone, ma andrebbero previsti incentivi strutturali per avvicinare il personale. Risorse e assunzioni sono due dei tre pilastri per rilanciare la sanità. 

Quale è il terzo?
La riforma della governance cioè rivedere il rapporto tra pubblico e privato, ospedale e territorio, Stato e Regioni. Su quest'ultimo punto, ad esempio, questa maggioranza ha idee diverse. La Lega ha una visione legata alla gestione regionale, Forza Italia e Fratelli d'Italia sono convinti che la gestione debba essere governata a livello centrale. Abbiamo chiesto di rivedere il Titolo V perché è evidente, soprattutto dopo la pandemia, che quando ci sono delle emergenze sanitarie, la governance deve essere nazionale.

Poi c'è la riforma del servizio sanitario all'esame proprio del Senato. Pensa che vedrà la luce entro la legislatura?
Sono molto scettica, sia per i tempi che per il fatto che la legge delega ha incontrato molte contrarietà, da Regioni e dai professionisti del settore. Pensiamo che quel testo metta in discussione il rafforzamento del territorio, perché sposta l'attenzione su ospedali di elezione e di terzo livello, che vuol dire non aver capito cosa serve al nostro servizio sanitario. Poi c'è il tema delle liste di attesa.

Su questo il governo si è speso molto.
Ho perso il conto di quanti decreti hanno fatto, ma intanto le liste restano quelle che sono, si parla ancora della raccolta dei dati, quindi di concreto non c'è nulla. Quello che bisogna fare è spostare le prestazioni dall'ospedale al territorio, e lo si può fare in due modi: case di comunità funzionanti e presenti su tutto il territorio e assumendo personale. Finché non si interviene su questi punti non si faranno passi avanti.

Nei giorni scorsi il governo ha approvato il Documento di finanza pubblica 2026 che indica la previsione e gli obiettivi economici. ln tema di sanità il Gimbe lancia un allarme in particolare sul rapporto spesa sanitaria/PIL che resta congelato al 6,4% fino al 2029.
Il quadro è impietoso e drammatico. Dati certificati e inequivocabili raccontano il fallimento del governo Meloni. Il divario tra spesa sanitaria prevista e finanziamento toccherà i 30,6 miliardi nel triennio 2027-2029. E mentre la spesa sanitaria resta inchiodata al 6,4% del Pil il rapporto tra fondo sanitario e Pil crollerà al 5,88% nel 2029. In parole semplici: il governo destina alla salute una fetta di ricchezza sempre più piccola, quando i bisogni aumentano. Per la sanità arrivano solo briciole e le Regioni dovranno tagliare i servizi o aumentare le imposte locali. In entrambi i casi, a pagare saranno i cittadini.

 

 

 

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