08 Maggio 2026

"Abbiamo portato più soldi alla sanità. Avanti anche su Pnrr e riforma del Ssn"

Ciocchetti (FdI) difende le politiche sanitarie del governo e a Nursind Sanità spiega: "Nel 2026 arriviamo a 143 miliardi con la previsione di un aumento nel 2027. Partivamo dai 125 dell'esecutivo precedente". Sulla riorganizzazione di ospedali e territorio: "Voteremo la delega entro fine anno"

Di Marta Tartarini
"Abbiamo portato più soldi alla sanità. Avanti anche su Pnrr e riforma del Ssn"

"Dire che non si è fatto nulla mi pare assurdo, abbiamo aumentato le risorse per la sanità, portiamo a casa la legge delega sulla farmaceutica attesa da anni, stiamo lavorando alla riforma delle professioni sanitarie. Poi la sfida che stiamo portando avanti è la riorganizzazione della sanità territoriale con l'attuazione del Pnrr". Luciano Ciocchetti, vicepresidente della Commissione Affari sociali della Camera, rivendica i risultati conseguiti fono ad ora e replica alle critiche delle opposizioni che parlano di tante promesse non mantenute e carenza di risorse. Nell’ambito del focus sui dossier di politica sanitaria ancora aperti a un anno dal voto, il deputato di Fratelli d'Italia fa il punto con Nursind Sanità a quasi un anno dalla fine della legislatura e parla di "visione totalmente sballata della realtà delle opposizioni" e sulle liste d'attesa è convinto che si arriverà a una riduzione "significativa".

Pd e M5S denunciano un definanziamento rispetto ai bisogni crescenti.
Parlano i numeri. Quando governava Giuseppe Conte il finanziamento al Servizio sanitario nazionale era di 122 miliardi, con Mario Draghi era 125, noi arriviamo nel 2026 a 143 miliardi con una previsione di ulteriore aumento nel 2027, che sfiorerà i 150 miliardi. E stiamo portando a termine la grande sfida del Pnrr che è la rivoluzione del sistema sanitario.

Sempre i numeri però raccontano un’altra storia sul completamento delle Case e Ospedali di comunità.
In questi tre anni si è passati da una teorica definizione di un programma all'attuazione concreta. Solo in Lazio, entro giugno saranno inaugurate 122 case di comunità e 38 ospedali di comunità. Credo che entro agosto raggiungeremo l'obiettivo che dipende però anche dalle Regioni e dalle singole Asl. Il Lazio raggiunge il target al 100%, mi auguro che si arrivi al completamento anche nelle altre realtà.

Cosa cambia per i pazienti con questa nuova organizzazione?
Ci sarà nuova presa in carico sul territorio con strutture pronte ad accogliere e filtrare i pazienti senza dover ricorrere per forza al pronto soccorso, come avviene purtroppo oggi.

In queste nuove strutture servirà il personale, in primis i medici di medicina generale. Il governo sta elaborando con le Regioni una proposta che prevede anche un nuovo rapporto di dipendenza con il Ssn, ma i camici bianchi sono sul piede di guerra.
Bisogna trovare un accordo per fare in modo che queste figure possano contribuire al funzionamento delle case di comunità, salvaguardando il lavoro che fanno nei loro studi. Nella proposta che il ministro Schillaci ha presentato alle Regioni non c'è l'obbligo di diventare dipendenti, sarebbe una scelta volontaria. Chi vuole rimane convenzionato, chi vuole può diventare dipendente. In ogni caso serve una loro compartecipazione nelle attività delle case di comunità, oltre ai medici e agli infermieri che verranno assunti a questo scopo, per cui c'è un finanziamento di 600 milioni.

C’è poi il nodo più intricato, quello delle liste di attesa. E anche su questo le opposizioni non vedono risultati concreti.
L'opposizione mistifica, i dati che ha comunicato il Ministro dicono che ad oggi abbiamo una riduzione del 20%. Ci sono ancora criticità, nessuno pensava di risolvere il problema con la bacchetta magica, anche perché la competenza gestionale è in capo alle Regioni, ma qualcosa è stato messo in campo e spero, entro la fine della legislatura, in dati ancora più significativi. Poi c'è tutto il lavoro per la valorizzazione del personale sanitario.

In particolare, c'è il nodo degli infermieri, con la difficoltà a reclutare i giovani.
E' un problema che stiamo affrontando. Intanto si è dimostrata una attenzione con il rinnovo dei contratti di lavoro del comparto che erano fermi da anni e si sono fatti provvedimenti importanti come la flat tax per gli straordinari, il riconoscimento per chi opera nei reparti di emergenza-urgenza, le nuove lauree che dovranno garantire una maggiore carriera e quindi rendere la professione più attrattiva.

Per farla diventare più interessante, però, servono anche stipendi più alti.
È una attenzione che abbiamo presente, non potevamo certo raddoppiare gli stipendi in tre anni, ma abbiamo avviato un percorso che prima non era stato avviato. Anche il disegno di legge delega sulle professioni che stiamo votando in commissione va nella direzione di una maggiore valorizzazione. Una delle cose più rilevanti di questo provvedimento mi pare la modifica della formazione. L'attuale sistema Ecm non funziona, è spesso legato a eventi convegnistici più che a una formazione vera. Ora si vuole dare una responsabilità agli Ordini professionali perché sia assicurata una formazione continua.

Infine, in Senato è in discussione la riforma del Servizio sanitario con l'istituzione degli ospedali di elezione e di terzo livello. Il tempo oggettivamente è quello che è. Davvero pensa che vedrà la luce entro la legislatura?
È un progetto complesso ma importante, riguarda il collegamento forte tra ospedali e territorio. Credo che si potrà votare la delega entro fine di quest'anno, e poi, una volta approvato il quadro di riferimento, si passerà ai decreti legislativi che si possono fare successivamente.

 

 

 

 

 

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